MICHELLE OBAMA.
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BECOMING.
La mia storia.
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Parte 2.
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Titolo originale: Becoming.
Traduzione di: CHICCA GALLI.
2018.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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9.
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Non appena mi concessi di provare qualcosa per Barack, i
sentimenti affiorarono impetuosi, un'esplosione travolgente
di desiderio, gratitudine, appagamento, meraviglia. Tutti i
dubbi che avevo covato riguardo alla mia vita, alla mia carriera
e persino a Barack sembravano svaniti con quel bacio,
sostituiti da un irresistibile bisogno di conoscerlo meglio, di
scoprire e sapere tutto di lui il pi in fretta possibile.
Forse perch doveva ritornare ad Harvard di l a un mese,
non perdemmo tempo. Non ero ancora pronta a portare un
ragazzo a dormire sotto lo stesso tetto dei miei genitori, cos
andai io a stare da lui, in un appartamento minuscolo, sopra
la vetrina di un negozio in un tratto rumoroso della Cinquantatreesima.
L'inquilino che glielo aveva subaffittato era uno
studente di Legge dell'Universit di Chicago e l'aveva arredato
da bravo studente, con pezzi spaiati rimediati qua e l
ai mercatini dell'usato. C'erano un tavolino, un paio di sedie
sgangherate ed un materasso matrimoniale sul pavimento.
Sulle superfici libere e su buona parte del pavimento erano
ammassate pile di libri e giornali di Barack. Appendeva le
giacche degli abiti allo schienale delle sedie della cucina e il
frigorifero era praticamente vuoto. Non era un luogo accogliente,
ma ora che vedevo tutto attraverso le lenti della nostra
storia d'amore, trasmetteva un senso di casa.
Barack mi affascinava. Era diverso da tutti i ragazzi che avevo
avuto, soprattutto per la sicurezza che dimostrava. Era molto
affettuoso. Mi diceva che ero bellissima. Mi faceva stare bene.
Per me era una specie di unicorno, talmente inconsueto da non
sembrare vero. Non parlava mai di questioni materiali, come
acquistare una casa, una macchina o persino un paio di scarpe
nuove. I suoi soldi finivano in gran parte in libri, che considerava
alla stregua di oggetti sacri, a cui ancorare il pensiero. Leggeva
fino a notte inoltrata, spesso molto dopo che mi ero addormentata:
storia, biografie, Toni Morrison. Leggeva diversi
quotidiani ogni giorno, dalla prima all'ultima pagina. Controllava
le recensioni degli ultimi libri, le classifiche del baseball e
cosa facevano i consiglieri comunali del South Side. Era capace
di parlare con la stessa passione delle elezioni in Polonia e di
quali film aveva stroncato il critico Roger Ebert e perch.
Senza aria condizionata, non avevamo altra scelta che dormire
con le finestre aperte, nel tentativo di far entrare un
po' di fresco nell'appartamento. Quello che guadagnavamo
in benessere lo sacrificavamo in tranquillit. In quel periodo
lungo la Cinquantatreesima c'era molta attivit notturna: era
una parata di lowriders senza marmitta. Quasi ogni ora, una
sirena della polizia ululava fuori dalla finestra oppure qualcuno
si metteva a gridare scaricando una valanga di insulti e
di bestemmie che mi svegliavano facendomi sobbalzare sul
materasso. Se io lo trovavo snervante, lo stesso non si pu dire
di Barack. Mi ero gi accorta che si sentiva a proprio agio
pi di me di fronte al caos del mondo, pi disposto ad accettare
tutto senza angosciarsi. Una notte mi svegliai e lo vidi
che fissava il soffitto, il profilo illuminato dal bagliore dei
lampioni sulla strada. Aveva l'aria vagamente preoccupata,
come se meditasse su una questione strettamente personale.
La nostra relazione? La perdita di suo padre?
Ehi, a cosa stai pensando? sussurrai.
Si volt verso di me con un sorriso un po' imbarazzato.
Oh, rispose. Pensavo alla diseguaglianza economica.
Cos, lo stavo imparando, funzionava la mente di Barack. Si
fissava su importanti questioni astratte, spinto dalla folle sensazione
di poter fare qualcosa. Per me era un'esperienza nuova,
devo confessarlo. Fino ad allora avevo frequentato ottime
persone che si preoccupavano di problemi abbastanza importanti,
ma erano concentrate in primo luogo sulla necessit di
costruire la propria carriera e di provvedere alla famiglia.
Barack era diverso. Era sintonizzato sulle incombenze quotidiane
della sua vita ma, intanto, soprattutto la notte, i suoi pensieri
sembravano vagare su un piano molto pi ampio.
La maggior parte del nostro tempo, naturalmente, la trascorrevamo
al lavoro, nel silenzio felpato degli uffici di Sidley
& Austin, dove tutte le mattine mi scrollavo di dosso la tendenza
a fantasticare e mi rinchiudevo nella mia vita di junior
associate. Ritornavo alla mia pila di documenti e alle esigenze
di clienti che non avrei incontrato di persona nemmeno una
volta. Barack si dedicava alle sue carte in un ufficio in fondo
al corridoio che condivideva con altri colleghi, ogni giorno
pi adulato dai capi, che lo trovavano straordinario.
Sempre preoccupata dell'opportunit della relazione che
stava sbocciando tra noi, insistevo a tenerla segreta ai nostri
colleghi, con scarsi risultati. La mia assistente, Lorraine,
accoglieva Barack con un sorriso d'intesa ogni volta che lui si
affacciava nel mio ufficio. Ci avevano persino beccati insieme
la sera dopo il nostro primo bacio. Eravamo andati all'Art Institute
e poi a vedere Fa' la cosa giusta di Spike Lee, alla Water
Tower Place, e l, mentre facevamo la fila per i popcorn, c'imbattemmo
in uno dei soci pi importanti dello studio, Newt
Minow, in compagnia di sua moglie Josephine. Ci avevano
salutato calorosamente, perfino con approvazione, senza fare
alcun commento sul fatto che eravamo insieme. In ogni caso,
questa era la situazione.
Il lavoro, per tutto quel periodo, ci sembr una distrazione,
il dovere da assolvere prima che ci fosse consentito di correre
di nuovo l'uno dall'altra. Lontani dallo studio, Barack
e io parlavamo senza sosta, durante tranquille camminate
per Hyde Park in calzoncini e T-shirt e pasti che sembravano
volare ma in realt si protraevano per ore. Discutevamo dei
pregi di ogni singolo album di Stevie Wonder, e poi facevamo
lo stesso con Marvin Gaye. Io ero innamorata cotta. Mi piacevano
il ritmo lento della sua voce e la tenerezza che compariva
nei suoi occhi quando raccontavo un aneddoto
divertente. Stavo cominciando ad apprezzare il suo modo
tranquillo di camminare, quasi ciondolando da un luogo
all'altro, senza mai preoccuparsi del tempo.
Ogni giorno portava con s una nuova scoperta. Io tifavo
per i Cubs mentre a lui piacevano i White Sox. Io adoravo il
mac and cheese, lui non lo sopportava. A lui piacevano i film cupi
e drammatici mentre io ero tutta per le commedie romantiche.
Lui era mancino e la sua grafia impeccabile; io destrimane
e scrivevo in modo illeggibile. Nel mese che precedette il suo
ritorno ad Harvard, condividemmo, o almeno cos ci pareva,
fino all'ultimo ricordo e pensiero, ripercorrendo le sciocchezze
dell'infanzia, le cantonate dell'adolescenza e le storie d'amore
finite male grazie alle quali ci trovavamo ora l'una nelle braccia
dell'altro. Barack era incuriosito soprattutto dalla mia formazione,
la routine di Euclid Avenue - anno dopo anno, decennio
dopo decennio - con me, Craig, nostra madre e nostro
padre a formare gli angoli di un solido quadrato. Barack aveva
trascorso molto tempo nelle chiese quando era coordinatore
di comunit. Quell'esperienza gli aveva fatto apprezzare la religione
organizzata, ma allo stesso tempo lui era rimasto meno
tradizionale. Il matrimonio, mi aveva detto quasi subito, gli
sembrava una convenzione sopravvalutata e superflua.
Non ricordo di aver presentato Barack alla mia famiglia
quell'estate, ma Craig mi dice di s. Dice che una sera ci vide
arrivare a piedi lungo Euclid Avenue. Lui era l a trovare i
nostri genitori ed era seduto con loro sulla veranda di fronte
alla casa. Barack, ricorda, si mostr gentile e sicuro di s e
scambi due chiacchiere con loro prima che salissimo entrambi
nel mio appartamento a prendere qualcosa.
A mio padre Barack piacque subito, ma non gli diede molte
possibilit. In fondo, mi aveva visto mollare il mio ragazzo
delle superiori, David, sul cancello di Princeton. Mi aveva visto
lasciare Kevin, il giocatore di football del college, non appena
mi era comparso davanti con la pelliccia da mascotte.
I miei genitori sapevano che non era il caso di affezionarsi
troppo. Mi avevano cresciuta perch fossi io a tenere le redini
della mia vita e, pi o meno, questo  quello che facevo.
Ero troppo concentrata e troppo presa, avevo ripetuto un
sacco di volte, per fare spazio a un uomo.
A detta di Craig, mio padre scosse la testa e rise mentre
guardava me e Barack andare via.
Tipo simpatico, disse. Peccato che non durer.
Se la mia famiglia era un quadrato, quella di Barack era
una figura geometrica molto pi complicata, che si estendeva
attraverso gli oceani. Aveva passato anni a cercare di dare un
senso al suo albero genealogico. Sua madre, Ann Dunham,
aveva diciassette anni ed era una studentessa delle superiori
quando, nel 1960, alle Hawaii, s'innamor di uno studente
universitario keniano di nome Barack Obama. Il loro matrimonio
fu breve e caotico, specialmente perch salt fuori
che lui aveva gi una moglie a Nairobi. Dopo il divorzio, Ann
si rispos con un geologo di Giava, Lolo Soetoro, e si trasfer
a Giacarta, portando con s Barack Obama junior - il mio Barack
Obama -, che all'epoca aveva sei anni.
A giudicare dalle sue descrizioni, Barack fu felice in Indonesia
e andava d'accordo con il suo patrigno, ma sua madre
era preoccupata della qualit dell'istruzione scolastica. Nel
1971, Ann Dunham risped il figlio a Oahu dai genitori per
fargli frequentare una scuola privata. Era uno spirito libero
e fece la spola per anni tra le Hawaii e l'Indonesia. Se si esclude
un lungo soggiorno alle Hawaii quando Barack aveva dieci
anni, Barack Obama Sr. - un uomo che a detta di tutti
aveva una mente poderosa e un altrettanto poderoso problema
con l'alcol - rimase una figura distante e poco presente.
Eppure Barack fu molto amato. I suoi nonni a Oahu stravedevano
per lui e per la sua sorellastra minore Maya, che
per la maggior parte del tempo aveva vissuto in Indonesia.
Sua madre, bench continuasse ad abitare a Giacarta, lo
inondava di affetto e di sostegno da lontano. Barack parlava
con grande tenerezza anche della sua sorellastra di Nairobi,
di nome Auma. Era cresciuto in una famiglia molto meno
stabile della mia, ma non se ne lamentava. La sua storia era
la sua storia. La sua vita famigliare l'aveva reso pi sicuro di
s e curiosamente predisposto all'ottimismo. Il fatto di aver
superato con tanto successo le difficolt di una formazione
cos insolita non poteva che rafforzare in lui l'idea di essere
pronto ad affrontare altre sfide.
In una sera umida lo accompagnai a Roseland, nel Far
South Side, una zona devastata dalla chiusura delle acciaierie
nella met degli anni Ottanta. Un suo vecchio collega coordinatore
di comunit gli aveva chiesto il favore di presiedere
una riunione in una parrocchia nera. Per Barack era un gradito
ritorno, per una sera, al lavoro che un tempo aveva svolto
in quella parte di Chicago. Mentre entravamo nella chiesa,
ancora in abito da lavoro, mi venne in mente che non mi ero
mai chiesta cosa facesse un coordinatore di comunit.
Scendemmo per una scala fino a un seminterrato con il soffitto
basso e le luci al neon, dove una quindicina di parrocchiani
- in maggioranza donne - seduti su sedie pieghevoli si facevano
aria nella calura di quello che sembrava un centro di
assistenza per anziani. Presi posto dietro, mentre Barack si
present e salut.
Ai presenti doveva sembrare un giovane avvocato. Vedevo
che lo inquadravano, cercando di capire se fosse una specie
di estraneo supponente o uno che invece aveva davvero qualcosa
di valido da offrire. Per me, l'atmosfera era fin troppo
familiare. Ero cresciuta partecipando ogni settimana al Laboratorio
dell'operetta in una chiesa episcopale metodista
africana, non dissimile da quella. Le donne in quella stanza
non erano diverse dalle signore che cantavano nel coro di
Robbie o da quelle che si presentarono con lo stufato dopo
la morte di Southside. Erano donne di buona volont, dedite
alla comunit, spesso madri single o nonne, quel genere di
persone che si fanno avanti per dare un aiuto quando nessun
altro si offre volontario.
Barack appese la giacca allo schienale della sedia, si tolse
l'orologio e lo pos sul tavolo di fronte a s per tenere d'occhio
il tempo. Dopo essersi presentato, guid una conversazione
che sarebbe durata circa un'ora chiedendo ai presenti
di condividere le loro storie e descrivere le loro preoccupazioni
circa la vita nel quartiere. A sua volta, Barack raccont
la sua, di storia, allacciandola ai princpi dell'organizzazione
di una comunit. Era l per convincerli che le nostre storie ci
mettono reciprocamente in relazione, e attraverso queste relazioni
 possibile imbrigliare il malcontento e convertirlo in
qualcosa di utile. Persino loro - un minuscolo gruppo di persone
in una piccola chiesa di quello che sembrava un quartiere
dimenticato - potevano costituire una vera forza politica.
Ci voleva uno sforzo, li avvert. Occorreva individuare ed applicare
una strategia, ascoltare i vicini e ricreare la fiducia in
comunit dove spesso era proprio la fiducia a mancare. Significava
chiedere a persone mai conosciute prima di darci un
po' del loro tempo o una minuscola porzione del loro stipendio.
Comportava farsi dire di no in decine o centinaia di modi
diversi prima di udire il s che, da solo, avrebbe fatto la differenza.
(In questo, a quanto pareva, consisteva gran parte di
ci che faceva un coordinatore). Ma assicur che potevano
avere un'influenza. Potevano ottenere un cambiamento. Lui
aveva visto il metodo funzionare, anche se non sempre senza
difficolt, nelle case popolari di Altgeld Gardens, dove un
gruppo di persone come il loro era riuscito a iscrivere nuovi
votanti nelle liste elettorali, radunare i residenti per incontrare
i funzionari comunali con cui discutere il rischio di una
contaminazione da amianto e convincere il sindaco a finanziare
un centro di formazione nel quartiere.
La donna tracagnotta seduta accanto a me faceva saltare
un bambino sulle ginocchia e non si perit di nascondere il
suo scetticismo. Esaminava Barack con il mento sollevato e
il labbro inferiore in fuori, come per dire: Chi sei tu per spiegarci
quello che dobbiamo fare?
Ma a lui non interessava lo scetticismo, cos come non lo
preoccupavano le scarse probabilit di successo. Barack era
un unicorno, in fondo, foggiato dal suo nome inconsueto,
dalla bizzarra miscela di ambienti e culture da cui discendeva,
da un'appartenenza etnica difficile da stabilire con precisione,
dal padre che gli mancava, dalla sua mente
straordinaria. Era abituato a dar prova del proprio valore
ovunque andasse.
L'idea che stava illustrando non era fatta per compiacere
il pubblico; non era quello il suo scopo. Roseland aveva incassato
un colpo dopo l'altro, dall'esodo delle famiglie bianche
al crollo dell'industria dell'acciaio, dal degrado delle sue
scuole al dilagare dello spaccio di droga. Barack mi aveva raccontato
che, quando era coordinatore di comunit urbane,
aveva spesso dovuto lottare con la stanchezza radicata nelle
persone - specialmente nei neri -, un cinismo alimentato da
migliaia di piccole delusioni subite nel corso del tempo.
Capivo benissimo quella stanchezza. L'avevo vista nel mio quartiere,
nella mia stessa famiglia. Un'acredine, una perdita di
fede. L'avevo scorta in entrambi i miei nonni, frutto di tutti
gli obiettivi mancati e dei compromessi che avevano dovuto
accettare. L'avevo scorta nella maestra stressata di seconda
elementare che, di fatto, aveva rinunciato a insegnare alla
Bryn Mawr. L'avevo scorta nella mia vicina che aveva smesso
di tagliare il prato e di controllare dove andavano i suoi figli
dopo la scuola. Era presente in ogni rifiuto gettato con noncuranza
nell'erba del nostro parco e in ogni bicchiere di whisky
scolato prima di sera. Era dentro tutto quello che
giudicavamo irreparabile, inclusi noi stessi.
Barack non parlava alla gente di Roseland con arroganza,
e non cercava di conquistarla nascondendo il fatto di essere
un privilegiato o comportandosi pi da nero. In mezzo alle
paure ed alle frustrazioni di quei parrocchiani, a una realt
fatta di diritti negati e di impotenza, lanciava con sfrontatezza
una freccia nella direzione opposta.
Non ero mai stata una che prestava troppa attenzione agli
aspetti pi demoralizzanti della condizione afroamericana. Ero
stata educata a pensare positivo. Avevo assorbito l'amore della
mia famiglia e l'impegno profuso dai miei genitori per spingerci
al successo. Avevo partecipato con Santita Jackson ai raduni
di Operation PUSH, avevo ascoltato suo padre incitare la
gente nera a non scordare il proprio orgoglio. Il mio obiettivo
era sempre stato spingere lo sguardo oltre il mio quartiere,
guardare avanti e vincere. E ci ero riuscita. Mi ero conquistata
due lauree alla Ivy League. Avevo un posto da Sidley & Austin.
Avevo reso fieri i miei genitori e i miei nonni. Ma ascoltando
Barack cominciai a capire che l'idea di speranza da lui proposta
superava di gran lunga la mia: mi resi conto che una cosa
era uscire da un vicolo cieco, un'altra, completamente diversa,
cercare di sbloccare il vicolo.
Fui presa una volta di pi dalla consapevolezza di quanto
lui fosse speciale. Intorno a me, lentamente, le signore della
chiesa cominciarono ad annuire in segno di approvazione,
sottolineando le sue frasi con mormorii ed esclamazioni come
Mmmm-hmm e Giusto!.
Mentre si avvicinava alla fine del discorso, la sua voce aumentava
d'intensit. Non era un predicatore, ma stava decisamente
predicando: predicava una visione. Ci stava chiedendo
di fare un investimento. La scelta, secondo lui, era tra rinunciare
e lavorare per il cambiamento. Che cos' meglio per
noi? chiese Barack alle persone raccolte nella sala. Ci accontentiamo
del mondo cos com' o lavoriamo per come dovrebbe
essere?
Era una frase presa in prestito da un libro che aveva letto
all'inizio della sua attivit di coordinatore e per anni non mi
avrebbe abbandonato. Era la cosa che, a mio avviso, pi di
ogni altra motivava Barack. Il mondo come dovrebbe essere.
Accanto a me, la donna col bambino sulle ginocchia esplose.
Giusto! url, finalmente convinta. Amen.
Amen, pensai anch'io. Perch aveva convinto anche me.
Prima di tornare alla Law School, intorno alla met di agosto,
Barack mi disse di amarmi. Il sentimento era sbocciato
tra noi in modo cos rapido e naturale che non ci fu niente
di memorabile nel momento della dichiarazione. Non ricordo
quando o come accadde. Fu solo una frase, tenera e carica
di significato, che esprimeva la passione che ci aveva colto
entrambi di sorpresa. Anche se ci conoscevamo solo da un
paio di mesi, anche se ci eravamo cacciati in una situazione
complicata, eravamo innamorati.
Adesso, per, dovevamo superare i quasi millecinquecento
chilometri che ci avrebbero separato. Barack aveva davanti a
s ancora due anni di studio e diceva che sperava di stabilirsi
a Chicago dopo aver terminato Legge. Non parlammo nemmeno
della possibilit che io cambiassi vita. Ero una junior
associate ancora fresca da Sidley, capivo che la prossima fase
della mia carriera sarebbe stata decisiva, che i miei risultati
avrebbero determinato se sarei diventata partner o no.
Siccome ero passata anch'io dalla Law School, inoltre, sapevo
quanto Barack sarebbe stato impegnato. Era stato scelto come
uno degli editor della Harvard Law Review, un mensile
prodotto dagli studenti e considerato una delle migliori pubblicazioni
del Paese in materia legale. Era un onore essere
eletto a far parte del comitato editoriale, ma era anche come
accettare un impiego a tempo pieno oltre al carico gi pesante
dello studio.
A noi cosa rimaneva? Rimaneva il telefono. Non dimenticate
che eravamo nel 1989, quando non si girava con il cellulare
in tasca. Gli SMS non esistevano; nessuna emoji poteva
sostituire un bacio. Il telefono richiedeva tempo e disponibilit
da parte di entrambi. Le telefonate personali avevano
luogo per lo pi a casa, di sera, quando eravamo tutti e due
stanchi morti e assonnati.
Prima di partire, Barack mi disse che preferiva scrivermi
lettere. Non sono il tipo da telefono, disse. Come se questo
risolvesse le cose.
Non risolveva un bel niente, per. Avevamo trascorso l'intera
estate a parlare. Non avevo nessuna intenzione di delegare
il nostro amore alla lentezza del servizio postale. Questa
era un'altra piccola differenza tra Barack e me: lui poteva riversare
il cuore sulla carta attraverso la penna. Era cresciuto
con una dieta a base di lettere: il sostentamento veniva dalla
madre in Indonesia sotto forma di buste sottili di posta aerea.
Io, invece, ero il tipo te-lo-devo-dire-in-faccia, cresciuta con
le cene in casa di Southside, dove a volte dovevi gridare per
farti sentire.
A casa mia chiacchieravamo in continuazione. Mio padre,
che aveva appena venduto l'auto per acquistare un furgoncino
adattato alla sua disabilit, riteneva doveroso andare di
persona pi spesso che poteva a far visita ai suoi cugini. Amici,
vicini, cugini e cugine, dal canto loro, si presentavano regolarmente
in Euclid Avenue e si piazzavano in salotto,
accanto alla sua poltrona, raccontandogli storie o chiedendogli
consigli. Persino David, il mio vecchio ragazzo delle superiori,
ogni tanto passava per chiedergli un consiglio. Mio
padre non aveva problemi nemmeno con il telefono. Per anni
l'avevo visto chiamare quasi quotidianamente la nonna
nella Carolina del Sud per sapere come stava e che novit
c'erano.
Informai Barack che se la nostra relazione doveva funzionare
era meglio che scendesse a patti con il telefono. Se
non posso parlare con te, annunciai, pu darsi che sia costretta
a trovare un altro tizio disposto ad ascoltarmi. Scherzavo,
ma neanche tanto.
E fu cos che Barack scopr il telefono. Nel corso di quell'autunno
parlavamo tutte le volte che riuscivamo. Eravamo
entrambi presi negli ingranaggi dei nostri mondi e impegni,
ma sempre pronti a condividere ogni dettaglio delle nostre
giornate: io lo commiseravo per la mole di casi sulla tassazione
societaria che gli toccava studiare, lui rideva del modo che
avevo trovato per farmi passare le frustrazioni dell'ufficio:
con una sudata di aerobica dopo il lavoro. Col passare dei
mesi i nostri sentimenti rimasero solidi e affidabili. Per me,
divent una nuova certezza.
Da Sidley & Austin facevo parte del gruppo di selezionatori
e avevo il compito di incontrare gli studenti della Law School
di Harvard interessati agli stage estivi. Si trattava essenzialmente
di un'operazione di corteggiamento. Quando ero una
studentessa, avevo sperimentato in prima persona il potere
e la tentazione del diritto societario e industriale. Mi avevano
messo in mano un raccoglitore spesso quanto un dizionario
che conteneva l'elenco degli studi legali del Paese, spiegandomi
che ognuno di essi era interessato ad assicurarsi avvocati
usciti da Harvard. Sembrava che bastasse l'imprimatur
di un titolo di juris doctor per avere l'opportunit di lavorare
in ogni citt e in ogni branca del diritto, in un gigantesco
studio tradizionale a Dallas o in uno di New York specializzato
nel mercato immobiliare di lusso. Se ti incuriosiva una di
queste carriere, chiedevi un colloquio che si svolgeva nel
campus. Se andava bene, ricevevi un pacchetto fly-out, che
consisteva in un biglietto aereo, una camera in un albergo a
cinque stelle ed un'altra tornata di colloqui nella sede della
societ, seguita da un invito a cena in un ristorante molto costoso
con selezionatori come me. Mentre ero ad Harvard, mi
ero concessa fly-out a San Francisco e a Los Angeles, in parte
per verificare in loco le procedure del diritto d'autore nel
mondo dello spettacolo, ma anche, se devo essere sincera,
perch non ero mai stata in California.
Ora che lavoravo da Sidley e mi trovavo dall'altra parte della
barricata, il mio obiettivo era quello di attirare studenti di
Legge che non fossero solo brillanti e determinati, ma anche
non sempre maschi e bianchi. Nel gruppo dei selezionatori
c'era un'altra donna afroamericana, Mercedes Laing. Mercedes
era una senior associate, aveva una decina d'anni pi di
me e divent una cara amica oltre che un mntore. Come
me, aveva due lauree ottenute alla Ivy League e sedeva normalmente
a tavoli dove nessuno aveva il suo aspetto. Eravamo
d'accordo sulla necessit di lottare per non abituarsi a
questa situazione n subirla. Durante le riunioni sostenevo
con insistenza - e secondo alcuni, ne sono sicura, troppo
sfacciatamente - che, quando si trattava di cercare nuovi talenti,
lo studio doveva gettare una rete pi ampia. La tradizione
voleva che si assumessero gli studenti di una rosa
ristretta di universit, principalmente Harvard, Stanford, Yale,
Northwestern, le universit di Chicago e dell'Illinois:
quelle in cui si era laureata la maggior parte degli avvocati dello
studio. Era un processo circolare: una generazione di legali
ne assumeva di nuovi la cui esperienza di vita rispecchiava la
loro, lasciando cos pochissimo spazio alla variet, di qualunque
tipo. Per correttezza verso Sidley, va detto che il problema
(riconosciuto o no) riguardava praticamente ogni grande
studio del Paese. Un'indagine del National Law Journal,
condotta all'epoca, certific che nei grandi studi gli afroamericani
rappresentavano a stento il 3 per cento degli associati
e meno dell' 1 per cento di tutti i partner.
Cercando di porre rimedio a questo squilibrio, spingevo per
prendere in considerazione studenti provenienti da altre universit
pubbliche e da college storicamente frequentati da neri,
come la Howard University. Quando il gruppo dei selezionatori
si riuniva in una sala conferenze a Chicago con una pila
di curriculum da esaminare, io facevo obiezione ogni volta che
uno studente veniva automaticamente scartato perch aveva
una B sul libretto o perch aveva ottenuto un diploma di primo
livello in un'istituzione meno prestigiosa. Se davvero intendevamo
assumere legali appartenenti alle minoranze, sostenevo,
dovevamo avere un approccio pi lungimirante nei
confronti dei candidati. Dovevamo considerare come avevano
sfruttato le opportunit che avevano avuto dalla vita invece di
valutarli solo in base ai loro progressi su una scala accademica
elitaria. Lo scopo non era abbassare i nostri standard: era rendersi
conto che, rimanendo incollati ai metodi della vecchia
scuola per individuare il potenziale di un nuovo legale, ci lasciavamo
scappare persone che avrebbero potuto contribuire
al successo dello studio. Dovevamo fare pi colloqui, in altre
parole, invece di scartare i candidati a priori.
Per questo motivo mi piaceva andare a incontrarli nel campus,
a Cambridge, perch ci mi permetteva di incidere sulla
scelta degli studenti di Harvard che venivano selezionati.
Naturalmente, questo mi permetteva anche di avere una scusa
per vedere Barack. La prima volta che ci andai, mi venne a
prendere con la sua auto, una Datsun giallo banana che aveva
comprato usata con il suo misero budget da studente.
Quando l'avvi, il motore and su di giri e l'auto ebbe uno
spasmo violento prima di mettersi a vibrare cos forte da farci
sobbalzare sui sedili. Guardai Barack incredula.
Vorresti guidare questo catorcio? dissi alzando la voce
per coprire il rumore.
Mi lanci uno di quei sorrisi maliziosi, tipo Ci-penso-io, che
mi facevano sempre sciogliere. Dalle solo un minuto o
due, disse inserendo la marcia. Parte, vedrai. Dopo qualche
altro minuto, quando ormai eravamo in mezzo al traffico,
aggiunse: Ah,  meglio se non guardi in basso.
Avevo gi scoperto quello che voleva impedirmi di vedere:
un buco di dieci centimetri, con il bordo arrugginito, sul pavimento,
dal quale si vedeva l'asfalto scorrere sotto di noi.
La vita con Barack non sarebbe mai stata noiosa. Lo sapevo
gi da allora. Sarebbe stata un'avventura di colore giallo banana
e con la tendenza a far rizzare i capelli in testa. Mi resi
conto che probabilmente non avrebbe mai fatto soldi.
Viveva in un monolocale spartano a Somerville, ma lo studio
mi prenotava l'hotel Charles, un albergo di lusso adiacente
al campus, dove dormivamo in lenzuola di lino e Barack,
che non cucinava quasi mai per s, poteva saziarsi con
una colazione calda prima di andare a lezione. La sera si parcheggiava
nella mia camera e studiava indossando uno dei
pesanti accappatoi di spugna dell'hotel.
Quell'anno, per Natale, andammo a Honolulu. Non ero
mai stata alle Hawaii prima, ma ero sicurissima che mi sarebbe
piaciuto. Ero di Chicago, dopotutto, dove l'inverno dura
fino ad aprile, dove  normale tenere le pale da neve nel bagagliaio
dell'auto. Possedevo una quantit inquietante di indumenti
di lana. Lasciarmi alle spalle l'inverno significava
per me compiere una meravigliosa scorribanda. Durante il
college ero stata alle Bahamas con il mio compagno di corso
David, che era originario di l, e poi in Giamaica, con Suzanne.
In entrambe le occasioni mi ero goduta l'aria calda sulla
pelle e la semplice allegria che provavo ogni volta che mi avvicinavo
all'oceano. Forse non era un caso che mi sentissi attratta
da persone cresciute su un'isola.
A Kingston, Suzanne mi aveva portato sulle bianche spiagge
di borotalco dove nuotavamo in un'acqua che sembrava
di giada. Si faceva strada in un mercato caotico chiacchierando
con gli ambulanti, e mi porgeva pezzi di pesce alla griglia
da assaggiare, patate dolci, steli di canna da zucchero e pezzetti
di mango. Prova questo, gridava ogni volta calcando
sull'accento del posto. Voleva che assaggiassi ogni cosa, con
l'intenzione di mostrarmi la bellezza del luogo.
Con Barack non era diverso. Aveva ormai trascorso pi di
un decennio nel continente, ma le Hawaii avevano ancora
un significato profondo per lui. Voleva che le scoprissi in tutti
i loro aspetti, dalle palme che fiancheggiavano le strade di
Honolulu all'arco a mezza luna di Waikiki Beach, al verde
drappeggio di colline attorno alla citt. Per una settimana
circa alloggiammo nell'appartamento che ci avevano prestato
amici di famiglia e andammo tutti i giorni in spiaggia per
nuotare ed oziare al sole. Conobbi la sorellastra di Barack, Maya,
che allora aveva diciannove anni, era gentile e brillante e
studiava al Barnard College. Aveva le guance paffute, occhioni
castani e capelli scuri e folti che si arricciavano intorno
alle spalle. Conobbi i suoi nonni, Madelyn e Stanley Dunham,
o Toot e Gramps, come li chiamava lui. Vivevano nello
stesso palazzone in cui avevano cresciuto Barack, in un
piccolo appartamento decorato con i tessuti indonesiani che
Ann aveva spedito a casa nel corso degli anni.
E conobbi anche Ann, una donna grassoccia e attiva con i
capelli scuri e crespi e lo stesso mento spigoloso di Barack.
Portava pesanti gioielli d'argento, un abito batik a colori vivaci
e sandali robusti, il genere che credo potrebbe indossare
un'antropologa. Con me fu gentile e mi fece molte domande
sulle mie origini e la mia carriera. Era chiaro che adorava
suo figlio - lo venerava quasi - e non chiedeva altro che sedersi
a parlare con lui, illustrandogli la sua tesi di dottorato
e scambiando consigli sui libri da leggere, come con un vecchio
amico che non vedeva da tempo.
In famiglia lo chiamavano ancora tutti Barry, e mi sembrava
una cosa molto tenera. Anche se avevano lasciato il Kansas
negli anni Quaranta, i nonni erano esattamente come me li
aveva descritti Barack: due persone del Midwest finite a migliaia
di chilometri da casa. Gramps era grande e grosso e
un po' orso, e raccontava barzellette sciocche. Toot, una donna
robusta, con i capelli grigi, che aveva fatto carriera fino a
diventare vicedirettore di una banca locale, ci imbottiva di
sandwich con l'insalata di tonno per pranzo. La sera preparava
cracker con le sardine come stuzzichini e serviva la cena
sui vassoi in modo che tutti potessero sedersi davanti alla TV
a guardare il telegiornale o a giocare appassionate partite a
Scarabeo. Erano una modesta famiglia del ceto medio, per
molti aspetti non dissimile dalla mia.
In questo c'era qualcosa di confortante sia per me sia per
Barack. Per quanto fossimo diversi eravamo curiosamente
ben assortiti. Era come se ci si fosse chiarita la ragione della
naturalezza e dell'attrazione che esisteva tra noi.
Alle Hawaii il lato profondo e cerebrale di Barack per certi
versi si affievoliva e prevaleva quello rilassato. Era a casa. Essere
a casa vuol dire non sentire alcun bisogno di dimostrare
qualcosa a qualcuno. Eravamo sempre in ritardo, ma non importava,
nemmeno a me. Il suo amico del cuore delle superiori,
Bobby, che era un pescatore di professione, un giorno
ci port fuori sulla sua barca per fare snorkeling e girare senza
meta. Fu allora che vidi Barack rilassato come non mai,
sdraiato sotto un cielo blu, con una birra fredda e un vecchio
amico, non pi fissato sulle notizie del giorno o sui testi universitari
o sulle misure da prendere per combattere la diseguaglianza
economica. La dolcezza sbiancata dal sole cos
tipica dell'isola ci apriva nuovi spazi, concedendoci il tempo
che non avevamo mai avuto prima.
Molte mie amiche giudicavano i potenziali compagni
dall'esterno, concentrandosi dapprima sul loro aspetto e sulle
prospettive economiche. Se saltava fuori che la persona
prescelta non era brava a comunicare o provava disagio a
mostrarsi vulnerabile, tendevano a pensare che il tempo od il
matrimonio avrebbero aggiustato le cose. Ma Barack era entrato
nella mia vita quando la sua personalit era ormai plasmata.
Fin dalla nostra prima conversazione mi aveva
dimostrato che non si sentiva in difficolt a manifestare paura
o debolezza e che dava valore alla sincerit. Al lavoro, ero
stata testimone della sua umilt e della volont di sacrificare
i suoi bisogni e i suoi desideri per conseguire un obiettivo
pi grande.
E ora, alle Hawaii, vedevo il riflesso del suo carattere in
molti particolari. Le amicizie di lunga data con i compagni
delle superiori dimostravano la sua affidabilit. Nella devozione
a sua madre ed alla sua forza di volont vedevo un profondo
rispetto per le donne e per la loro indipendenza.
Senza bisogno di discuterne apertamente, sapevo che poteva
accettare una compagna dotata di voce e passioni autonome.
Queste sono cose che in una relazione non si possono insegnare,
cose che nemmeno l'amore pu davvero costruire o
cambiare. Nell'aprirmi il suo mondo, Barack mi mostrava
tutto quello che avrei dovuto sapere per capire che tipo di
compagno di vita sarebbe stato.
Un pomeriggio prendemmo in prestito un'auto e andammo
sulla costa settentrionale di Oahu, dove ci sedemmo su
una striscia di sabbia a guardare i surfisti fendere onde enormi.
Restammo l per ore a parlare, mentre le onde si rincorrevano,
il sole calava all'orizzonte e le altre persone sulla
spiaggia radunavano le loro cose per tornare a casa. Parlavamo
mentre il cielo si colorava di rosa e poi di viola e infine
divent buio, mentre gli insetti cominciavano a pungere e
noi ad avere fame. Se ero venuta alle Hawaii per assaporare
qualcosa del passato di Barack, adesso eravamo seduti sul
bordo di quell'oceano gigantesco ad abbozzare un'ipotesi di
futuro, a discutere in che genere di casa avremmo voluto vivere
un giorno, che tipo di genitori volevamo diventare.
Poteva essere prematuro e un po' azzardato affrontare questi
argomenti, ma era anche rassicurante, perch avevamo la
sensazione che forse non ci saremmo mai fermati, che forse
quella conversazione tra noi potesse durare tutta la vita.
Quando tornai a Chicago, di nuovo separata da Barack, a
volte andavo come prima agli happy hour, anche se di rado
restavo fuori fino a tardi. La passione di Barack per la lettura
mi aveva fatto scoprire un nuovo amore per i libri. Ero felice
di trascorrere un sabato sera sul divano a leggere un buon
romanzo.
Quando mi annoiavo, telefonavo alle vecchie amiche. Anche
se ormai ero impegnata con un uomo, le mie amiche erano
il mio punto di riferimento. Santita Jackson era ormai in
tour come corista di Roberta Flack, ma ci sentivamo ogni volta
che potevamo. Circa un anno prima avevo visto in TV Santita
e i suoi fratelli presentare loro padre alla convention democratica
del 1988. Ero seduta con i miei genitori nel loro soggiorno
e scoppiavamo d'orgoglio. Il reverendo Jackson aveva
fatto un'ottima campagna per la nomination vincendo una
dozzina di primarie prima di cedere a Michael Dukakis. Nel
corso di quest'avventura, aveva riempito case come la nostra
di un nuovo e profondo senso di speranza ed emozione, anche
se in cuor nostro capivamo che non aveva nessuna possibilit
di vincere.
Parlavo regolarmente con Verna Williams, una cara amica
dai tempi della Law School che fino a poco tempo prima viveva
a Cambridge. Aveva incontrato un paio di volte Barack
e le piaceva molto, ma mi prendeva in giro dicendomi che
dovevo aver molto abbassato i miei standard, un tempo straordinariamente
alti, visto che avevo consentito a un fumatore
di entrare nella mia vita. Mi facevo ancora un sacco di risate
con Angela Kennedy, anche se lei lavorava come insegnante
in New Jersey, aveva un bambino piccolo e cercava di mantenersi
salda mentre il suo matrimonio implodeva lentamente.
Ci eravamo conosciute quando eravamo due ragazzine sciocche
ed immature e adesso eravamo adulte, con vite da adulte
e preoccupazioni da adulte. A volte questa sola idea ci sembrava
spassosa.
Suzanne, nel frattempo, era ancora lo spirito libero di
quando dividevamo la camera a Princeton, ed entrava e usciva
dalla mia vita ad intervalli del tutto irregolari. Continuava
a misurare il valore dei suoi giorni secondo il metro esclusivo
del piacere che le davano. Passavano lunghi periodi senza
che ci sentissimo, ma poi riprendevamo con facilit il filo della
nostra amicizia. Come sempre io la chiamavo Screwzy e lei
chiamava me Miche. I nostri mondi continuavano a essere
differenti come ai tempi dell'universit, quando lei frequentava
gli eating clubs e sbatteva sul pavimento la biancheria
sporca mentre io classificavo i miei appunti di Sociologia
usando colori diversi. Gi allora, Suzanne era come una sorella
della quale solo da lontano potevo seguire la vita, oltre
l'abisso delle nostre differenze innate. Suzanne mi esasperava,
mi affascinava ed era sempre una figura importante per
me. Mi chiedeva consigli per poi ignorarli deliberatamente.
Sarebbe stato sbagliato mettersi con una popstar semifamosa
e sciupafemmine? Ehi, certo che s, ma lei ci si sarebbe messa
lo stesso: perch no? La decisione pi irritante per me fu quando,
dopo il college, lasci cadere l'opportunit di entrare
nella Business School di un'universit della Ivy League perch
aveva stabilito che ci sarebbe stato troppo studio e dunque
zero divertimento. Prese invece l'MBA in un'universit
pubblica dove il programma non era cos impegnativo, una
scelta che giudicai segno di pigrizia.
A volte le decisioni di Suzanne sembravano un affronto al
mio modo di fare le cose, un invito a rilassarsi un po' e a sbattersi
di meno. Adesso posso dire di essere stata ingiusta nel
giudicarla. All'epoca, per, pensavo di aver ragione io.
Avevo da poco cominciato a uscire con Barack quando telefonai
a Suzanne per raccontarle estasiata dei miei sentimenti
per lui. Fu entusiasta di sentirmi tanto felice, visto che
la felicit per lei era il bene supremo. Anche lei aveva delle
novit: stava mollando il suo lavoro come esperta informatica
alla Federal Reserve e sarebbe partita per un viaggio che
non sarebbe durato qualche settimana, ma mesi. Lei e sua
madre stavano per cominciare una specie di giro del mondo.
Perch no?
Non ho mai capito se Suzanne, inconsciamente, avvertisse
che nelle cellule del suo corpo stava succedendo qualcosa,
che qualcosa si stava gi impossessando di lei. Sapevo solo
che, nell'autunno del 1989, mentre io portavo dcollet di
vernice e partecipavo a lunghe e noiose riunioni da Sidley,
Suzanne e sua madre erano in Cambogia e cercavano di non
macchiare di curry i prendisole, o danzavano all'alba sui
grandi viali del Taj Mahal. Mentre controllavo il mio estratto
conto, ritiravo gli abiti in lavanderia e guardavo le foglie degli
alberi di Euclid Avenue appassire e cadere, Suzanne girava
in risci per le calde e umide vie di Bangkok, lanciando - immaginavo -
gridolini di gioia. In realt, non so come andassero
i suoi viaggi o dove si trovasse in un determinato
momento, perch non era tipo da mandare cartoline o tenersi
in contatto. Era troppo presa a vivere, a riempirsi di tutto
quello che il mondo aveva da offrirle.
Quando torn a casa nel Maryland e trov un momento
per chiamarmi, la notizia era diversa, talmente fragorosa e
dissonante rispetto all'immagine che avevo di lei che quasi
non riuscii ad afferrarla.
Ho un cancro, mi disse Suzanne con la voce rauca per
l'emozione. Anche piuttosto brutto.
I dottori gliel'avevano appena diagnosticato, una forma
aggressiva di linfoma che le stava gi devastando gli organi.
Mi descrisse il suo programma di cure esprimendo qualche
speranza nei risultati, ma io ero troppo sopraffatta dalla notizia
per fare attenzione ai dettagli. Prima di riagganciare mi
disse che per un crudele scherzo del destino anche sua madre
si era ammalata gravemente.
Non so se ho mai creduto che la vita sia giusta, ma avevo
sempre pensato che si potesse trovare il modo di risolvere quasi
tutti i problemi. Per la prima volta, il cancro di Suzanne mise
in dubbio quella convinzione e min i miei ideali. Perch, anche
se non avevo ancora definito con esattezza ogni specifico
dettaglio, idee per il futuro di certo ne avevo. Era un programma
che coltivavo assiduamente dal primo anno di college,
l'elenco ordinato di caselle che avrei dovuto spuntare.
Per me e Suzanne le cose sarebbero dovute andare cos:
saremmo state le rispettive damigelle ai nostri matrimoni; i
nostri mariti sarebbero stati molto diversi, ma si sarebbero
piaciuti lo stesso; avremmo avuto dei bambini nello stesso
momento, saremmo andati al mare tutti insieme in Giamaica,
avremmo criticato con moderazione i rispettivi modi di
crescere ed educare i figli e ognuna di noi sarebbe diventata
la zia preferita dei figli dell'altra. Per i compleanni, io avrei
regalato libri ai suoi figli, lei trampoli a molla ai miei. Avremmo
riso, ci saremmo confidate segreti e avremmo strabuzzato
gli occhi davanti a quelle che per noi erano le ridicole idiosincrasie
degli altri. Finch un giorno ci saremmo rese conto
di essere due vecchie signore, migliori amiche di sempre,
sconcertate all'improvviso dal rapido passare del tempo.
Questo, per me, era il mondo come dovrebbe essere.
Con il senno di poi, quello che trovo notevole, nel corso
di quell'inverno e quella primavera,  come io abbia semplicemente
continuato a fare il mio lavoro. Ero un avvocato, e
gli avvocati lavorano. Lavorano sempre. Siamo tanto bravi
quante sono le ore che fatturiamo. Non c' scelta, mi dicevo.
Il lavoro  importante, mi dicevo. E cos andavo ogni mattina
nel centro di Chicago, in quel formicaio conosciuto come
One First National Plaza. Mettevo gi la testa e fatturavo le
ore che facevo.
In Maryland, Suzanne conviveva con la sua malattia. Affrontava
visite mediche ed interventi chirurgici cercando allo
stesso tempo di occuparsi della madre impegnata anche lei
a combattere un tumore molto aggressivo che, insistevano i
medici, non aveva alcun legame con quello di Suzanne. Era
sfortuna, cattiva sorte, una stranezza troppo terrificante per
essere presa in considerazione. Suzanne non aveva legami
particolarmente stretti con il resto della famiglia, eccetto due
cugine che la aiutavano il pi possibile. Qualche volta andava
a trovarla Angela dal New Jersey, ma si destreggiava gi tra
un figlio piccolo e il lavoro. Chiesi a Verna, la mia amica di
Harvard, di passare da lei quando poteva, al posto mio, una
specie di amica per procura. Verna aveva incontrato Suzanne
un paio di volte quando eravamo ad Harvard e, per pura coincidenza,
adesso viveva a Silver Spring: la sua casa e quella di
Suzanne si affacciavano sullo stesso parcheggio.
Era chiederle molto, perch Verna stava ancora riprendendosi
dal dolore per la recente perdita del padre. Ma era una
vera amica, una persona buona. In maggio, un giorno mi telefon
in ufficio per raccontarmi di una sua visita.
L'ho pettinata, disse.
Sentendo che Suzanne aveva bisogno di farsi pettinare,
avrei dovuto capire tutto; ma avevo costruito un muro attorno
a me per tenere lontana la verit. Una parte di me si ostinava
a credere che tutto quello non stesse succedendo
davvero. Restava aggrappata all'idea che Suzanne avrebbe
riacquistato la salute, anche se le prove contrarie continuavano
ad accumularsi.
Fu Angela, infine, ad andare dritta al punto. A giugno mi
telefon: Se vuoi venire, Miche, disse,  meglio che ti
muovi.
Suzanne era stata ricoverata in ospedale. Era troppo debole
per parlare ed entrava e usciva da uno stato di incoscienza.
Non c'era pi nulla a cui potessi attaccarmi per alimentare
il mio rifiuto della realt. Riagganciai e acquistai un biglietto
aereo. Volai verso est, presi un taxi fino all'ospedale, l'ascensore
fino al suo piano, percorsi il corridoio fino alla sua stanza
e la trovai l, distesa nel letto. Angela e sua cugina la
vegliavano in silenzio. La madre di Suzanne, scoprii, era morta
solo pochi giorni prima e Suzanne era in coma. Angela mi
fece spazio a fianco del letto.
Fissai Suzanne, il suo viso perfetto a forma di cuore e la
pelle bruno rossastra, sentendomi in qualche modo sollevata
dalla morbidezza delle sue guance e dalla curva delle sue labbra
che erano rimaste quelle di una ragazza. Sembrava che
la malattia l'avesse misteriosamente lasciata intatta. I capelli
scuri erano sempre lucidi e lunghi; qualcuno glieli aveva raccolti
in due trecce che quasi le arrivavano alla vita. Le sue
gambe da podista erano nascoste sotto le lenzuola. Sembrava
giovane, una bellissima ventiseienne addormentata.
Rimpiansi di non essere andata prima da lei. Rimpiansi di
averle detto troppe volte, nelle varie fasi della nostra amicizia,
che stava facendo la cosa sbagliata, quando forse era proprio
quella giusta. All'improvviso fui felice che non mi avesse mai
dato retta. Ero contenta che non si fosse strapazzata troppo
per prendere una laurea in una prestigiosa Business School.
Che fosse partita per un inutile fine settimana con una popstar
semifamosa, solo perch lo trovava divertente. Ero felice
che fosse arrivata fino al Taj Mahal per vedere l'alba insieme
alla madre. Suzanne aveva vissuto, come io non avevo fatto.
Quel giorno, le tenni la mano inerte e la guardai respirare
sempre pi a fatica, finch ci furono lunghe pause tra un respiro
e l'altro. A un certo punto, l'infermiera ci fece un cenno
d'intesa. Era arrivata l'ora. Suzanne ci stava lasciando.
Nella mia mente cal il buio. Non ci fu nessun pensiero profondo.
Non ebbi rivelazioni sulla vita e la morte. Semmai,
ero furiosa.
Dire che  ingiusto che Suzanne si sia ammalata e sia morta
a ventisei anni  una banalit. Ma era un dato di fatto, freddo
e orribile. Quello che pensai quando alla fine lasciai il suo
corpo in quella stanza d'ospedale fu: Lei se n' andata e io sono
ancora qui. Fuori, nei corridoi, c'erano persone in vestaglia
che erano molto pi vecchie di Suzanne ed avevano l'aria pi
malata di lei. Ed erano ancora l. Avrei preso un volo strapieno
per Chicago, guidato su un tratto di autostrada affollato,
sarei salita in ascensore fino al mio ufficio. Avrei visto tutta
quella gente dall'aria felice in auto, sui marciapiedi con gli
abiti estivi, seduta ai tavolini dei caff ed alla scrivania dell'ufficio,
tutti ignari di quello che era accaduto a Suzanne,
inconsapevoli del fatto che anche loro avrebbero potuto
morire da un momento all'altro. Era una cosa crudele e perversa
che il mondo andasse avanti come se nulla fosse. Che
tutti fossero ancora qui, tranne la mia Suzanne.
...
10.

Quell'estate cominciai a tenere un diario. Mi comprai un
quaderno rilegato in tela con la copertina nera a fiori viola,
che tenevo accanto al letto. Lo portavo con me quando viaggiavo
per conto dello studio. Non scrivevo tutti i giorni e
nemmeno tutte le settimane: prendevo la penna solo quando
avevo il tempo e le energie per fare ordine nei miei sentimenti
confusi. C'erano settimane in cui scrivevo pi volte e
poi smettevo per un mese o pi. L'esercizio di registrare i
pensieri era nuovo per me, un'abitudine che avevo appreso
in parte da Barack, credo, il quale considerava terapeutico e
chiarificatore scrivere e aveva tenuto saltuariamente dei diari
nel corso degli anni.
Durante la pausa estiva Barack torn a Chicago. Questa
volta lasci perdere il subaffitto e si stabil direttamente da
me in Euclid Avenue. Questo significava non solo che imparavamo,
in concreto, a vivere insieme come una coppia, ma
anche che Barack arriv a conoscere pi da vicino la mia famiglia.
Parlava di sport con mio padre mentre lui si preparava
ad uscire per il suo turno all'impianto di depurazione.
Aiutava a volte mia madre a portare su la spesa dal garage.
Era una bella sensazione. Craig aveva gi certificato il carattere
di Barack nel modo per lui pi completo e scrupoloso:
un fine settimana l'aveva invitato a partecipare a una impegnativa
partita di basket con un gruppo di suoi amici, per la
maggior parte ex atleti di college. In realt, l'aveva fatto su
mia richiesta. Mi importava molto conoscere l'opinione di
Craig riguardo a Barack, e mio fratello sapeva pesare le persone,
specialmente nel contesto di una partita. Barack aveva
superato l'esame. Si muoveva bene in campo, disse mio fratello,
e sapeva fare il passaggio giusto, ma non aveva paura
di tirare quando era libero. Non  un mangiapalloni, disse
Craig. Ma non se la fa sotto.
Barack aveva accettato un lavoro simile a quello dell'anno
precedente in uno studio del centro i cui uffici erano vicini
a quelli di Sidley, ma questa volta poteva trattenersi poco a
Chicago. Era stato eletto direttore della Harvard Law Review
per l'anno accademico successivo. Sarebbe stato responsabile
della pubblicazione di otto numeri di circa
trecento pagine l'uno e doveva ritornare a Cambridge in anticipo
per cominciare. La concorrenza per dirigere la Review
era ogni anno molto feroce. Bisognava superare un
esame rigoroso ed essere votati da ottanta studenti editor.
Essere scelto per quella posizione era un risultato straordinario
per chiunque. Barack era anche il primo afroamericano nei
centotr anni di storia della rivista, un evento talmente importante
da meritare un articolo sul New York Times, con
tanto di foto di Barack sorridente in sciarpa e cappotto.
Il mio ragazzo, in altre parole, era un uomo di successo. A
quel punto avrebbe potuto assicurarsi un posto ottimamente
retribuito in qualunque studio legale; invece pensava di far
pratica, una volta laureato, nel campo dei diritti civili, anche
se questo gli avrebbe richiesto il doppio del tempo per ripagare
il prestito universitario. Tutti quelli che conosceva lo
spingevano a seguire la strada di molti precedenti editor della
Review e far domanda per un posto negli uffici della
Corte suprema, che avrebbe ottenuto senza difficolt.
Barack, per, non era interessato. Voleva vivere a Chicago.
Aveva in mente di scrivere un libro sulla questione razziale in
America e intendeva trovare un lavoro che si accordasse con
i suoi valori, il che significava che non sarebbe finito a occuparsi
di diritto societario. Seguiva la sua rotta con una consapevolezza
che trovavo stupefacente.
Tutta questa sicurezza innata era ammirevole, certo, ma,
onestamente, provate un po' a doverci convivere. Per me, coesistere
con la forte motivazione di Barack - dormire nello stesso
letto con lei, sedere al tavolo della colazione con lei -
richiedeva un bello sforzo di adattamento, non perch, a rigore,
lui la ostentasse, ma perch era cos viva. Di fronte alla
sua sicurezza, alla sua convinzione di riuscire a fare la differenza
nel mondo, non potevo evitare di sentirmi un po' persa.
La sua motivazione era come una sfida involontaria alla mia.
Per questo il diario. Sulla prima pagina, con una grafia accurata,
dichiarai i motivi per cui lo cominciavo:

Primo, mi sento molto confusa sulla strada che deve prendere la
mia vita. Che tipo di persona voglio diventare? Che contributo
voglio dare al mondo?
Secondo, le cose si stanno facendo molto serie con Barack e sento
che devo capire meglio chi sono.

Questo quadernetto con la copertina a fiori ha ormai quasi
trent'anni ed  sopravvissuto a diversi traslochi.  rimasto otto
anni su uno scaffale alla Casa Bianca, fino a poco tempo
fa, quando l'ho estratto da una scatola nella mia nuova casa
per cercare di riprendere confidenza con il giovane avvocato
che ero allora. Leggo oggi quelle righe e capisco esattamente
quello che cercavo di dire a me stessa, quello che una donna
esperta e concreta avrebbe potuto dirmi allora. Davvero, era
semplice: la prima cosa era che odiavo fare l'avvocato. Non
ero tagliata per quel lavoro. Mi sentivo vuota, anche se ero
piuttosto brava. Era sconvolgente ammetterlo, visto l'impegno
che ci avevo messo e i debiti che dovevo ancora ripagare.
Nel mio cieco bisogno di eccellere, mi ero lasciata sfuggire i
segnali e avevo imboccato la strada sbagliata.
La seconda era che mi ritrovavo profondamente, piacevolmente
innamorata di un ragazzo con un intelletto e un'ambizione
vigorosi che avrebbero finito probabilmente per
inghiottire i miei. Vedevo gi arrivare quel momento, come
un'onda seguita da una potente risacca. Non l'avrei evitata
- ero troppo legata a Barack -, ma avevo bisogno di ancorarmi
con entrambi i piedi.
Questo significava dover trovare una nuova professione e
quello che mi agitava di pi era che non avevo idee concrete
su cosa volessi fare. Durante tutti gli anni dell'universit non
ero riuscita a riflettere sulle mie passioni e a pensare a come
avrebbero potuto conciliarsi con un lavoro che trovavo pieno
di significato. Da ragazza non mi ero posta domande su
niente. La maturit di Barack, mi rendevo conto, derivava
in parte dagli anni trascorsi a fare il coordinatore di comunit
e, ancora prima, dall'anno assai deludente passato come
ricercatore in una societ di consulenza di Manhattan,
subito dopo il college. Aveva fatto alcune esperienze, conosciuto
ogni genere di persone ed intanto aveva individuato le
sue priorit. Io, invece, ero cos spaventata all'idea di fallire,
cos desiderosa di trovare una rispettabilit e un modo di
pagare i conti che mi ero indirizzata senza riflettere verso la
professione legale.
Nell'arco di un anno avevo guadagnato Barack e perso Suzanne
e la potenza di questi due avvenimenti mi aveva dato
le vertigini. La morte di Suzanne aveva risvegliato in me
l'idea che volevo una vita pi ricca di gioia e significato. Non
potevo continuare a vivere pensando solo a me. Davo a Barack
sia il merito sia la colpa della mia confusione. Se nella
mia vita non ci fosse un uomo che mi chiede continuamente
cosa mi motiva e cosa mi fa soffrire, scrivevo nel mio diario,
lo farei per conto mio?
Rimuginavo su quello che avrei potuto fare, sulle mie reali
capacit. Avrei potuto diventare un'insegnante? Amministratore
in un college? Gestire una specie di doposcuola, una
versione professionale di quello che avevo organizzato a Princeton
per Czerny? Ero interessata a lavorare per una fondazione
o un'organizzazione non profit. Volevo aiutare i
bambini svantaggiati. Mi chiedevo se avrei potuto trovare un
lavoro che mi impegnasse la mente ma mi lasciasse il tempo
sufficiente per dedicarmi ad attivit di volontariato, per apprezzare
l'arte, per avere dei figli. Volevo una vita, fondamentalmente.
Volevo sentirmi completa. Compilai un elenco di
problematiche che mi stavano a cuore: istruzione, gravidanze
in et adolescenziale, autostima dei neri. Sapevo che un lavoro
pi impegnato nel sociale avrebbe implicato inevitabilmente
una riduzione del mio reddito. La lista successiva fu
un po' una doccia fredda. Era l'elenco delle spese essenziali,
una volta esclusi i lussi che mi ero concessa grazie allo stipendio
di Sidley, cose come l'iscrizione al wine club e alla palestra.
Dovevo versare 600 dollari al mese per ripagare il mio
prestito universitario e 407 per l'auto; c'erano poi le spese
per il cibo, il carburante e l'assicurazione, pi i 500 dollari
circa di cui avrei avuto bisogno per l'afftto se me ne fossi andata
dalla casa dei miei.
Niente era impossibile, ma non sembrava nemmeno semplice.
Cominciai a chiedere in giro se ci fossero opportunit
nel campo del diritto d'autore nel mondo dello spettacolo,
pensando che forse avrebbe potuto essere un mbito interessante
e mi avrebbe anche evitato la seccatura di uno stipendio
pi basso. Ma in cuor mio sentivo crescere una
certezza: non ero fatta per la pratica legale. Un giorno presi
nota di un articolo del New York Times che avevo letto.
Parlava della fatica, dello stress e dell'infelicit diffusi tra i
giovani avvocati, specialmente donne. Com' deprimente,
scrissi sul diario.
Trascorsi una buona parte di quell'agosto sgobbando in
una sala riunioni affittata da Sidley & Austin in un hotel di
Washington, dove mi avevano mandata per aiutare a preparare
una causa. Rappresentavamo la multinazionale chimica
Union Carbide in un processo per antitrust che riguardava
la vendita di una delle sue sussidiarie. Rimasi a Washington
per circa tre settimane, ma riuscii a vedere pochissimo della
citt perch ero relegata in quella stanza insieme a diversi
colleghi di Sidley ad aprire scatole di raccoglitori che ci avevano
spedito dal quartier generale dell'azienda e a esaminare
le migliaia di pagine di documenti che contenevano.
Non direste che io sia il tipo di persona che trova conforto
nelle complessit del commercio del poliuretano, ma fu cos.
Si trattava sempre di diritto, ma i contenuti di quel caso giudiziario
e il cambio di scenario bastarono a distrarmi dalle
grandi domande che mi ribollivano in testa.
Alla fine la causa si chiuse con un accordo extragiudiziale,
il che significava che buona parte di tutto quel mio esaminare
documenti non era servita a niente. Si trattava di un esito
seccante ma non imprevedibile in campo legale, dove non 
raro preparare il materiale per un processo che non si far
mai. La sera, mentre tornavo in aereo a Chicago, fui presa
da un senso di paura, sapendo di dovermi reimmergere nella
routine e nella nebbia della mia confusione.
Mia madre fu cos gentile da venirmi a prendere all'aeroporto
Hare. Il solo vederla mi fu di conforto. Aveva poco
pi di cinquant'anni allora e lavorava come segretaria di direzione
in una banca del centro che, a detta sua, non era altro
che un branco di uomini seduti alla scrivania che
facevano quel lavoro solo perch i loro padri avevano lavorato
in banca prima di loro. Mia madre era una forza della
natura. Non tollerava gli stupidi. Teneva i capelli corti e indossava
sempre abiti essenziali. Irradiava sicurezza e calma.
Come succedeva quando Craig e io eravamo piccoli, anche
adesso non s'immischiava nelle nostre vite private; non viveva
in prima persona tutti i nostri alti e bassi emotivi. Ci dimostrava
il suo amore con la sua solidit. Compariva quando arrivava
il tuo volo, ti accompagnava a casa in auto e ti offriva
da mangiare se eri affamata. Il suo equilibrio era come un rifugio
per me, un luogo in cui cercare protezione.
Mentre eravamo in auto, dirette a sud, verso la citt, non
riuscii a trattenere un sospiro.
Tutto bene? mi chiese.
La guardai nella semioscurit della superstrada. Non so,
cominciai.  solo che...
E tirai fuori quello che provavo. Le dissi che non ero contenta
del mio lavoro da Sidley, anzi della professione che avevo
scelto, anzi che ero molto infelice, in realt. Le raccontai della
mia inquietudine, della mia disperata voglia di un cambiamento
radicale, ma che ero preoccupata di non guadagnare poi
abbastanza. Le mie erano emozioni allo stato puro. Sospirai
un'altra volta.  solo che non mi sento appagata, dissi.
Capisco adesso l'impressione che devono aver fatto queste
parole su mia madre, che era al nono anno di un lavoro iniziato
in primo luogo per contribuire a finanziarmi il college,
dopo anni trascorsi senza lavorare per essere libera di cucire
i miei abiti per la scuola, prepararmi i pasti, lavare gli indumenti
di mio padre che per le esigenze della famiglia passava
otto ore al giorno a controllare gli impianti al depuratore.
Mia madre, che aveva appena guidato per un'ora per venirmi
a prendere all'aeroporto, che mi dava la possibilit di vivere
al piano superiore di casa sua senza pagare l'afftto, e che
l'indomani avrebbe dovuto alzarsi all'alba per aiutare il marito
disabile a prepararsi per il lavoro, non avrebbe mai potuto
essere indulgente con i miei discorsi sull'angoscia e
sull ' appagamento.
L'appagamento, ne sono sicura, le appariva un'idea da ricchi.
Dubito che i miei genitori, in trent'anni di vita insieme,
ne abbiano parlato anche solo una volta.
Mia madre non si mise a giudicare i miei tormenti. Non era
tipo da impartire prediche o richiamare l'attenzione sui propri
sacrifici. Aveva sostenuto in silenzio ogni mia scelta. Questa
volta, per, mi lanci un'occhiata di traverso, inser la freccia
per uscire dalla superstrada ed entrare nel nostro quartiere e
abbozz una risatina, ironica. Se vuoi il mio parere, disse,
prima fai i soldi, poi preccupati della tua felicit.
Ci sono verit che accettiamo e verit che ignoriamo. Trascorsi
i sei mesi seguenti cercando di aumentare a poco a poco
la mia autonomia senza fare nessun cambiamento
drastico. Al lavoro, chiesi di incontrare il partner incaricato
della mia divisione e gli domandai che mi venissero affidati
compiti pi stimolanti. Mi concentrai sui progetti che trovavo
pi significativi, inclusi i miei sforzi di reclutare un gruppo
pi eterogeneo di stagisti estivi. Frattanto, tenevo d'occhio
le offerte di lavoro nei giornali e feci del mio meglio per stabilire
contatti con persone che non fossero avvocati. In un
modo o nell'altro, immaginavo, avrei fatto di me una persona
pi appagata.
A casa, in Euclid Avenue, mi sentivo impotente davanti a
una nuova realt. A mio padre, per qualche misteriosa ragione,
si erano gonfiati i piedi. La pelle presentava strane chiazze
scure. Ogni volta che gli chiedevo come stava, tuttavia, mi
dava puntualmente la stessa risposta.
Bene, diceva, come se non valesse la pena di chiederglielo.
Poi cambiava argomento.
A Chicago era tornato l'inverno. La mattina mi svegliavano
i vicini in strada che raschiavano il ghiaccio dai parabrezza.
Il vento soffiava e la neve si accumulava. Il sole era pallido e
debole. Dalla finestra del mio ufficio al quarantaseiesimo piano
di Sidley, guardavo la tundra di ghiaccio grigio sul Lago
Michigan e il cielo plumbeo che la sovrastava. Mi infagottavo
in indumenti di lana e speravo nel disgelo. Nel Midwest,
come ho gi detto, l'inverno  un esercizio di attesa: di una liberazione,
di un uccello che cinguetta, del primo croco
violetto che spunta dalla neve. Nel frattempo, non si pu fare
altro che ripetersi che passer.
Mio padre non aveva perso il buonumore. Craig veniva ogni
tanto a cena e a tavola ridevamo ancora tutti insieme come al
solito, anche se ora a noi si era aggiuntaJanis, sua moglie. Janis
era una persona allegra e determinata e, come tutti, affascinata
da mio padre. Lavorava in centro come analista informatica
nel campo delle telecomunicazioni. Craig, nel frattempo, era
l'immagine vivente del giovane professionista urbano laureato
a Princeton. Stava per finire un MBA e aveva una posizione dirigenziale
alla Continental Bank. Lui e Janis avevano acquistato
un bell'appartamento a Hyde Park. Indossava abiti di
sartoria e veniva da noi a bordo della sua Porsche 944 turbo
rossa. Non lo sapevo, allora, ma nessuna di queste cose lo rendeva
felice: anche lui covava la sua crisi e anche lui, negli anni
successivi, si sarebbe torturato chiedendosi se il suo lavoro
avesse davvero un significato e se i riconoscimenti che si sentiva
obbligato a cercare fossero davvero ci che desiderava.
Tuttavia, sapevamo bene quanto nostro padre fosse entusiasta
dei successi che avevamo ottenuto, e nessuno di noi tocc mai
a tavola la questione del nostro scontento.
Al momento dei saluti, Craig gettava un ultimo sguardo
preoccupato a nostro padre e gli faceva la solita domanda
sulla sua salute. Immancabilmente lui gli rispondeva allegro:
Sto bene. E la conversazione finiva l.
Accettavamo queste risposte, credo, perch ci rassicuravano,
e noi avevamo bisogno di sicurezze. Pap conviveva da anni
con la sclerosi multipla ed era sempre riuscito a stare bene.
Eravamo contenti di poter continuare a razionalizzare in questo
modo la sua situazione, anche se lui peggiorava visibilmente.
Stava bene, ci dicevamo l'un l'altro, perch si alzava e
andava al lavoro ogni mattina. Stava bene, perch una sera lo
vedevamo fare il bis di carne. Stava bene, specialmente se non
osservavamo con troppa attenzione i suoi piedi.
Chiesi pi volte a mia madre perch pap non andasse dal
medico. Ma erano conversazioni tese: anche lei, come me,
aveva lasciato perdere, perch l'aveva esortato pi volte a farlo
senza essere ascoltata. Secondo mio padre i dottori non
davano mai buone notizie e quindi andavano evitati. Nonostante
amasse chiacchierare, non voleva parlare dei suoi problemi.
Lo considerava un segno di egocentrismo. Voleva fare
a modo suo. Per risolvere la questione dei piedi gonfi si era
limitato a chiedere a mia madre di comprargli un paio di
scarpe da lavoro pi grandi.
La resistenza ai medici continu per tutto gennaio e febbraio.
Mio padre si muoveva con una lentezza penosa: usava un
deambulatore di alluminio per girare per casa e si fermava
spesso per prender fiato. Adesso, la mattina, gli ci voleva pi
tempo per alzarsi dal letto e raggiungere il bagno, spostarsi dal
bagno alla cucina e, infine, alla porta sul retro e da l scendere
i tre scalini che portavano al garage per salire in auto e andare
al lavoro. Nonostante la situazione di cui eravamo testimoni a
casa, insisteva nell'affermare che al depuratore andava tutto
bene. Usava un monopattino motorizzato per fare la spola tra
una caldaia e l'altra ed era orgoglioso di essere indispensabile.
In ventisei anni non aveva perso una sola giornata di lavoro.
Sosteneva di essere uno dei pochi con l'esperienza e l'abilit
necessarie per evitare un disastro se per caso si surriscaldava
una caldaia. Un tipico segno di questo suo ottimismo era il fatto
di avere appena chiesto una promozione.
Mia madre e io cercavamo di conciliare quello che ci raccontava
con l'evidenza che s'imponeva ai nostri occhi.
Divent un'impresa sempre pi difficile. A casa, la sera, mio
padre passava la maggior parte del tempo seduto sulla sua
poltrona a guardare le partite di basket o di hockey in TV, e
appariva debole ed esausto. Notammo che il gonfiore, oltre
ai piedi, adesso interessava anche il collo, e questo provocava
uno strano crepitio nella sua voce.
Finalmente, una sera, organizzammo una sorta di blitz.
Craig non era il tipo da interpretare il ruolo del poliziotto cattivo
e mia madre restava fedele alla tregua che si era autoimposta
quando si trattava della salute di mio padre. La parte del
cattivo perci tocc a me. Dissi a mio padre che non poteva
rifiutare di farsi aiutare, lo doveva a tutti noi, e che il mattino
dopo avrei chiamato il dottore. Mio padre accett con riluttanza
e promise che, se avessi preso l'appuntamento, ci sarebbe
andato. Insistetti che l'indomani dormisse fino a tardi per
lasciar riposare il fisico.
Quella sera io e mia madre andammo a letto sollevate, per
aver finalmente guadagnato una sorta di controllo della
situazione.
Mio padre, tuttavia, non tributava solo a noi la sua lealt.
Riposare, per lui, era una sorta di resa. Il mattino successivo,
quando scesi di sotto, mia madre era gi andata al lavoro e
lui era seduto al tavolo della cucina, il deambulatore al suo
fianco. Indossava la divisa blu e combatteva con le scarpe per
infilarsele. Si stava preparando per il lavoro.
Pap, dissi. Pensavo che saresti rimasto a casa a riposare.
Stiamo prendendo quell'appuntamento dal dottore...
Scroll le spalle. Lo so, cara, rispose con la voce impastata
da quel misterioso nuovo disturbo di cui soffriva al collo.
Ma in questo momento sto bene.
La sua testardaggine era ricoperta da cos tanti strati di orgoglio
che mi era impossibile arrabbiarmi. Non c'era modo
di dissuaderlo. I miei genitori ci avevano cresciuti in modo
che badassimo alle nostre faccende da soli, il che significava
che dovevo lasciare che lui badasse alle sue, anche se ormai
riusciva a stento a infilarsi le scarpe. Cos lo lasciai fare.
Cacciai indietro le mie preoccupazioni, gli diedi un bacio e ritornai
al piano di sopra per prepararmi anch'io per il lavoro.
Pensavo di chiamare pi tardi mia madre in ufficio per dirle
che avremmo dovuto inventarci una strategia per costringerlo
a prendersi un po' di riposo.
Sentii chiudersi la porta sul retro. Alcuni minuti dopo,
tornai in cucina e la trovai vuota. Il deambulatore di mio padre
era accanto alla porta. D'impulso mi avvicinai per sbirciare
dallo spioncino di vetro, attraverso il quale si aveva una vista
a occhio di pesce sulla scaletta esterna e sul vialetto del garage,
giusto per avere conferma che il suo furgoncino non
c'era pi.
Ma era ancora l, e anche mio padre. Indossava il berretto
e il giaccone invernale e mi volgeva le spalle. Era riuscito a
scendere solo qualche gradino della scala, poi si era dovuto
sedere. Capivo che era sfinito da come inclinava il corpo, da
come piegava il capo di lato e dal modo con cui si appoggiava
alla sbarra della ringhiera, pesantemente afflosciato su se
stesso. Era evidente che stava raccogliendo le forze necessarie
per girarsi e rientrare in casa.
Mi resi conto che lo stavo osservando in un momento di
pura sconfitta.
Quanto ci si deve sentire soli a convivere per una ventina
d'anni con una malattia simile, a resistere senza un lamento
mentre il corpo, lentamente ed inesorabilmente, si consuma.
Vedere mio padre su quel gradino mi procur un dolore che
non avevo mai provato. Il mio istinto mi diceva di correre
fuori e aiutarlo a tornare in casa, al caldo, ma mi trattenni,
sapendo che sarebbe stato un altro colpo alla sua dignit.
Feci un respiro e mi allontanai dalla porta.
Gli avrei parlato quando sarebbe tornato dentro, pensai.
L'avrei aiutato a levarsi le scarpe da lavoro, gli avrei dato un
po' d'acqua e l'avrei accompagnato alla sua poltrona, con il
tacito accordo, tra noi, che adesso avrebbe dovuto accettare
un aiuto, senza discussioni.
Quando fui di nuovo di sopra, nel mio appartamento, mi
sedetti ad aspettare che risuonasse il rumore della porta sul
retro. Attesi per cinque minuti, poi per altri dieci. Infine, scesi
di sotto e andai di nuovo a sbirciare attraverso lo spioncino
per essere sicura che si fosse rimesso in piedi. Ma la scaletta
era vuota. Mio padre, a dispetto del gonfiore e del suo fisico
guasto, era riuscito in qualche modo a costringersi a scendere
quei gradini, attraversare il vialetto ghiacciato e infilarsi
nel suo furgoncino, che ora probabilmente era quasi arrivato
al depuratore. No, non si stava arrendendo.
Da mesi, ormai, Barack e io giravamo intorno all'idea di
sposarci. Stavamo insieme da un anno e mezzo, sempre innamoratissimi.
Lui frequentava l'ultimo semestre ad Harvard
ed era tutto preso dal lavoro alla Law Review, ma presto
sarebbe tornato da me per sostenere l'esame di Stato in Illinois
e cercare un lavoro. Il piano era che sarebbe venuto ancora
ad abitare in Euclid Avenue, questa volta in un modo
pi stabile. Ecco un altro motivo per cui non vedevo l'ora
che finisse l'inverno.
Avevamo parlato astrattamente delle nostre rispettive concezioni
del matrimonio e, a volte, mi preoccupava la distanza
che le separava. Per me, sposarsi era sempre stata una prospettiva
ovvia ed ero cresciuta pensando che un giorno o l'altro
avrei messo la fede al dito. Allo stesso modo era sempre
stata una prospettiva scontata avere dei figli, sin da quando,
da bambina, dedicavo tutte le mie attenzioni alle bambole.
Barack non era contrario al matrimonio, ma non aveva particolare
fretta. Per lui il nostro amore significava gi tutto.
Era una base sufficiente su cui costruire una vita insieme piena
e felice, con o senza anelli.
Entrambi, naturalmente, eravamo il prodotto del modo in
cui eravamo stati cresciuti. Barack aveva vissuto il matrimonio
come un legame effimero: sua madre si era sposata due volte,
aveva divorziato due volte e due volte era riuscita a riprendere
in mano la sua vita, la carriera e i figli piccoli, senza subire
conseguenze. I miei genitori si erano legati presto e per la
vita. Per loro, ogni decisione era una decisione condivisa,
ogni impegno un impegno condiviso. In trent'anni non avevano
praticamente trascorso una notte lontani.
Cosa volevamo, io e Barack? Volevamo una relazione moderna
che si confacesse a entrambi. Lui considerava il matrimonio
come l'adattarsi reciproco di due persone innamorate
che potevano condurre vite parallele senza rinunciare ognuna
ai propri sogni o alle ambizioni personali. Per me, era pi
simile a una fusione, la trasformazione di due vite in una, in
cui il benessere della famiglia aveva la precedenza su qualsiasi
programma od obiettivo. Non volevo esattamente una
vita come quella dei miei genitori. Non volevo abitare per
sempre nella stessa casa, fare per sempre lo stesso lavoro e
non pretendere mai uno spazio per me, ma volevo la stabilit
di cui avevano goduto, anno dopo anno, decennio dopo decennio.
Riconosco il valore degli individui che hanno i propri
interessi e le proprie ambizioni, scrissi nel mio diario.
Ma non credo che il cercare di realizzare i propri sogni personali
dovrebbe avvenire a spese della coppia.
Immaginavo che avremmo chiarito i nostri sentimenti
quando Barack fosse tornato a Chicago, quando il tempo si
fosse riscaldato, quando ci fossimo potuti concedere il lusso
di passare ancora i fine settimana insieme. Dovevo solo aspettare,
anche se l'attesa era difficile. Desideravo ardentemente
la stabilit. Dal soggiorno del mio appartamento a volte sentivo
il mormorio dei miei genitori che chiacchieravano al piano
di sotto. Sentivo mia madre ridere mentre mio padre
raccontava qualche storia. Li sentivo spegnere la TV e prepararsi
per andare a letto. Avevo ventisette anni ormai e c'erano
giorni in cui tutto quello che volevo era sentirmi completa.
Volevo afferrare ogni cosa che amavo e ancorarla senza esitazioni
al terreno. Avevo gi vissuto abbastanza perdite per
sapere che ce ne sarebbero state altre.
Presi io l'appuntamento dal medico per mio padre, ma alla
fine fu mia madre ad accompagnarlo: in ambulanza, purtroppo.
I piedi erano gonfi come palloni ed erano cos
doloranti e sensibili che fu costretto ad ammettere che gli
sembrava di camminare sugli spilli. Quando fu ora di andare
non riusciva nemmeno a stare in piedi. Io ero al lavoro ma
mia madre mi descrisse in sguito come erano andate le cose:
pap era stato trasportato fuori di casa da corpulenti infermieri,
e cercava di scherzare con loro durante il tragitto.
Fu condotto immediatamente all'ospedale dell'Universit
di Chicago. Quelli che seguirono furono giorni perduti nel
purgatorio dei prelievi di sangue, controlli del battito cardiaco,
vassoi di cibo lasciati intatti e squadre di dottori che facevano
il giro. Per tutto quel tempo mio padre continu a
gonfiarsi. La faccia si fece tumefatta, il collo pi grosso, la voce
pi debole. Sindrome di Cushing fu la diagnosi ufficiale,
forse legata alla sclerosi multipla o forse no. Comunque, eravamo
ben oltre la possibilit di una terapia disperata. Il suo
sistema endocrino stava ormai impazzendo. Un'ecografia
mostr che aveva in gola un'escrescenza ormai cos grossa da
soffocarlo.
Non so come ho fatto a non accorgermene, disse mio
padre al medico. Sembrava fosse davvero perplesso, come se
non avesse avvertito nemmeno un sintomo sino a quel momento,
come se non avesse passato settimane e mesi, se non
addirittura anni, a ignorare il dolore.
Mia madre, Craig, Janis e io andavamo a trovarlo a turno
all'ospedale. Andammo e venimmo per giorni, mentre i medici
lo riempivano di medicine, lo attaccavano a tubi e lo
collegavano a macchinari. Cercavamo di afferrare quello
che ci dicevano gli specialisti, ma non ne capivamo il senso.
Gli sistemavamo i cuscini e parlavamo inutilmente del campionato
universitario di basket e del tempo che faceva fuori,
sapendo che ascoltava anche se era troppo stanco per parlare.
Eravamo una famiglia di pianificatori, ma adesso nulla
sembrava pianificabile. Mio padre stava sprofondando lentamente
davanti a noi, inghiottito da un mare invisibile. Lo
riportavamo indietro con vecchi ricordi, perch vedevamo
accendersi nei suoi occhi una debole luce. Ricordi la Due
e un Quarto e come eravamo sbatacchiati qua e l su quel
gigantesco sedile posteriore quando d'estate andavamo al
drive-in? Ricordi i guantoni da boxe che ci avevi regalato e
le nuotate in piscina al Dukes Happy Holiday Resort? E
quando costruivi gli arredi per il Laboratorio dell'operetta
di Robbie? E le cene a casa di Dandy? Ricordi quando la
mamma ci preparava i gamberetti fritti la notte dell'ultimo
dell'anno?
Una sera passai dall'ospedale e trovai mio padre da solo:
mia madre era tornata a casa per la notte, le infermiere erano
fuori, al loro banco nel corridoio. La stanza era immersa
nel silenzio e cos l'intero piano dell'ospedale. Era la prima
settimana di marzo. La neve si era appena sciolta lasciando
la citt in quello che sembrava un perpetuo stato di umidit.
Mio padre era all'ospedale da una decina di giorni. Aveva
cinquantacinque anni ma sembrava un uomo anziano, con
gli occhi gialli e le braccia troppo pesanti per poterle muovere.
Era sveglio ma incapace di parlare, non sapr mai se
per il gonfiore o per l'emozione.
Mi sedetti su una sedia accanto al letto e lo osservai mentre
respirava a fatica. Quando gli presi la mano lui mi diede una
stretta confortante. Ci guardammo in silenzio. C'erano troppe
cose da dire, e allo stesso tempo era come se ci fossimo
gi detti tutto. Restava solo una verit. Eravamo prossimi alla
fine. Non si sarebbe ripreso. Si sarebbe perso il resto della
mia vita. Io avrei perso la stabilit, il conforto, la gioia quotidiana
che aveva saputo donarmi. Sentii che le lacrime mi rigavano
le guance.
Tenendo lo sguardo fisso su di me, mio padre si port alle
labbra la mia mano e la baci pi volte. Era il suo modo di
dirmi Ssst, non piangere. Voleva esprimere dolore ed urgenza,
ma anche un sentimento pi calmo e profondo, un messaggio
che teneva a farmi arrivare. Con quei baci stava dicendomi
che mi amava con tutto il cuore, che era orgoglioso della
donna che ero diventata. Stava dicendomi che sapeva che sarebbe
dovuto andare molto prima dal dottore. Stava chiedendo
perdono. Mi stava dicendo addio.
Quella sera, rimasi con lui finch non si addorment. Lasciai
l'ospedale avvolto in una gelida oscurit e tornai a casa,
in Euclid Avenue, dove mia madre aveva gi spento le luci.
Eravamo sole in casa adesso, solo io, lei e il futuro che ci
aspettava, qualunque fosse. Perch al sorgere del sole lui se
n'era gi andato. Mio padre - Fraser Robinson III - ebbe un
attacco cardiaco e mor quella notte, dopo averci donato
assolutamente tutto.
...
11.

Fa male vivere dopo che qualcuno  morto. Fa male e basta.
Pu far male camminare lungo un corridoio. Fa male
infilarsi un paio di calze, lavarsi i denti. Il cibo non sa pi di
niente. I colori sbiadiscono, la musica fa male, e cos i ricordi.
Guardi qualcosa che prima ti sembrava bellissimo - un
cielo viola all'alba o un parco giochi pieno di bambini - e
anche questo aumenta il senso di perdita. Il dolore ti fa sentire
sola.
Il giorno dopo la morte di mio padre andammo in un'impresa
di pompe funebri del South Side - io, mia madre e
Craig - per scegliere la bara e organizzare il funerale. A prendere
accordi, come dicono quelli delle onoranze funebri. Non
ricordo molto della nostra visita se non che eravamo storditi,
ciascuno di noi chiuso nel proprio personale dolore. Eppure,
mentre compivamo l'osceno rituale dell'acquisto della bara
giusta in cui seppellire mio padre, Craig e io riuscimmo ad
avere il nostro primo e ultimo litigio da adulti.
And cos: io volevo acquistare la bara pi elaborata e pi
costosa in esposizione, completa di ogni maniglia e cuscino
extra disponibili. Non c'era nessun motivo particolare perch
lo volessi. Era una cosa da fare quando non c'era nient'altro
da fare. Il lato pratico, pragmatico della nostra
educazione mi impediva di credere alle banalit gentili e piene
di buone intenzioni di cui ci avrebbero ricoperto le persone
che di l a pochi giorni avrebbero partecipato al
funerale. Non mi consolava sentir dire che mio padre era andato
in un posto migliore o era in compagnia degli angeli.
Per come la vedevo io, si meritava solo una bella bara.
Craig, invece, insisteva che pap avrebbe preferito qualcosa
di essenziale: una bara modesta e pratica, niente di pi. Si
confaceva alla sua personalit, disse. Qualsiasi altra scelta
avrebbe significato solo ostentazione.
Iniziammo a discutere calmi, ma presto esplodemmo mentre
il responsabile delle pompe funebri fngeva educatamente
di non sentire e nostra madre si limitava a fissarci implacabile
attraverso la nebbia del suo dolore.
Litigavamo per ragioni che non avevano niente a che vedere
con l'argomento del contendere. A nessuno dei due interessava
la decisione ultima. Alla fine, seppellimmo nostro
padre in una bara di compromesso - non troppo elaborata,
non troppo semplice - e non tornammo mai pi sulla questione.
Stavamo litigando, per un motivo assurdo, in un momento
inopportuno, perch di fronte alla morte ogni singola
cosa sulla terra appare assurda e inappropriata.
Pi tardi riportammo la mamma in Euclid Avenue. Ci sedemmo
di sotto, al tavolo della cucina, sfiniti e imbronciati,
mentre la vista della quarta sedia vuota ci causava nuova disperazione.
Scoppiammo a piangere tutti e tre. Restammo
seduti a lungo, singhiozzando sommessamente finch fummo
esausti e senza pi lacrime. Fu nostra madre, che non
aveva parlato molto per tutta la giornata, a commentare.
Ma guardiamoci un po', disse mestamente.
Tuttavia, c'era un tocco di leggerezza nel modo in cui pronunci
quella frase. Stava facendoci notare che noi Robinson
ci eravamo ridotti a tre autentici, ridicoli poveracci, irriconoscibili
con quelle palpebre gonfie ed i nasi che colavano, feriti
e in preda a quella strana impotenza l, nella nostra cucina.
Chi eravamo noi? Non lo sapevamo? Non ce l'aveva mostrato
lui? Con quattro semplici parole dette fuori dai denti ci stava
richiamando dalla nostra solitudine, come solo nostra madre
poteva fare.
Lei mi guard, io guardai Craig e all'improvviso il momento
sembr perfino comico. La prima risatina, lo sapevamo,
sarebbe solitamente arrivata dalla sedia vuota. A poco a poco,
cominciammo a ridacchiare e poi a ridere sempre pi forte,
scoppiando alla fine in veri e propri accessi di riso. Mi rendo
conto che potrebbe sembrare strano, ma eravamo molto pi
bravi in questo che a piangere. Il punto era che a lui sarebbe
piaciuto, perci continuammo a ridere.
La perdita di mio padre esacerb la sensazione che non
potevo starmene l a riflettere sulla direzione da dare alla mia
esistenza. Mio padre era morto a soli cinquantacinque anni.
Suzanne a ventisei. La lezione era semplice: la vita  breve e
non pu essere sprecata. Se fossi morta, non volevo che la
gente mi ricordasse per le pile di documenti legali che avevo
firmato o per i marchi commerciali che avevo contribuito a
difendere. Ero sicura di avere qualcosa di pi da offrire al
mondo. Era ora di darsi una mossa.
Senza sapere nemmeno dove speravo di arrivare, preparai
alcune lettere e le inviai in tutta Chicago. Scrissi ai capi delle
fondazioni. Alle societ non profit che lavoravano con le comunit
e alle grandi universit cittadine, rivolgendomi direttamente
ai loro uffici legali, non perch volessi continuare a
lavorare in questo campo, ma perch immaginavo che sarebbe
stato pi probabile che fossero interessati al mio curriculum.
Fortunatamente, alcuni mi invitarono a un colloquio,
persino se non avevano un posto da offrirmi. Nel corso della
primavera e dell'estate del 1991, mi sedetti di fronte a chiunque,
a mio parere, fosse in grado di darmi consigli. Il punto
non era tanto trovare un nuovo lavoro quanto ampliare la
mia consapevolezza di quali fossero le possibilit e di come
si fossero mossi gli altri. Mi stavo rendendo conto che la fase
successiva del mio viaggio non avrebbe preso forma da sola,
che le mie lauree in universit prestigiose non mi avrebbero
automaticamente assicurato un lavoro appagante. Per identificare
una carriera, al contrario di un lavoro, non bastava
studiare le pagine dei contatti in una lista di laureati; ci volevano
una riflessione ed uno sforzo profondi. Avrei dovuto darmi
da fare ed imparare. E cos, ogni volta, illustravo il mio
dilemma professionale alle persone che incontravo, alle quali
chiedevo cosa facevano e chi conoscevano. Ponevo domande
serie sul tipo di lavoro disponibile per un legale che, in
realt, non voleva fare l'avvocato.
Un pomeriggio, incontrai nel suo ufficio un uomo gentile
e serio di nome Art Sussman, il capo dell'ufficio legale dell'Universit
di Chicago. Scoprii che mia madre, quando io
ero al secondo anno delle superiori e dunque prima che lei
andasse a lavorare in banca, era stata la sua segretaria per un
anno circa, battendo a macchina e tenendo in ordine i raccoglitori
di documenti. Art fu sorpreso quando gli dissi che
non le avevo mai fatto visita sul lavoro e, anzi, quella era la
prima volta che mettevo piede nell'antico campus gotico dell'ateneo,
nonostante fossi cresciuta a pochi chilometri di
distanza.
A essere onesta, non avevo motivo di visitare il campus. La
mia scuola non organizzava gite all'universit. Se c'erano stati
eventi aperti alla comunit, quando ero bambina, i miei genitori
non l'avevano saputo. Non avevamo amici - e nemmeno
conoscenti - che fossero studenti o ex studenti. L'Universit
di Chicago era una scuola d'lite e questo, praticamente per
tutti quelli che conoscevo allora, significava non per noi. I suoi
edifici di pietra grigia volgevano quasi letteralmente le spalle
alle strade intorno al campus. Quando passavamo in auto, mio
padre era solito alzare gli occhi al cielo di fronte ai gruppi di
studenti che attraversavano Ellis Avenue senza badare al traffico,
e si domandava com'era possibile che delle persone cos
intelligenti non avessero mai imparato ad attraversare la strada
come si deve.
Come accadeva a molti abitanti del South Side, la mia famiglia
aveva un'idea vaga e limitata dell'Universit di Chicago,
anche se mia madre vi aveva felicemente trascorso un
anno a lavorare. Quando per me e Craig arriv il momento
di pensare al college, non prendemmo nemmeno in considerazione
di far domanda l. Per qualche strana ragione,
Princeton ci sembrava pi accessibile.
Art era incredulo. Davvero non  mai stata qui? esclam.
Nemmeno una volta?
No, nemmeno una volta.
Provai una strana sensazione di potere nel rispondere cos
ad alta voce. Non ci avevo mai riflettuto molto, ma mi resi
conto che sarei stata una perfetta studentessa dell'Universit
di Chicago se solo la frattura tra la comunit accademica e
quella cittadina non fosse stata cos profonda; se solo avessi
saputo dell'universit e l'universit di me. Pensandoci, avvertii
un pungolo dentro di me, la sensazione nascosta e appena
accennata di aver trovato uno scopo. La combinazione tra il
quartiere da cui venivo e quello che avevo fatto di me stessa
mi offriva una prospettiva ricca di significato. All'improvviso
capii che essere nera ed essere cresciuta nel South Side contribuiva
a farmi percepire problemi della cui esistenza un uomo
come Art Sussman non si rendeva nemmeno conto.
Diversi anni dopo, avrei avuto l'occasione di lavorare per
l'universit e affrontare in prima persona i problemi che caratterizzavano
il rapporto tra ateneo e quartieri circostanti;
ma in quel momento, Art stava solo dicendomi gentilmente
che avrebbe fatto girare il mio curriculum.
Credo che dovrebbe parlare con Susan Sher, mi disse
poi, avviando senza saperlo quella che ancora oggi considero
una magica reazione a catena. Susan aveva circa quindici anni
pi di me. Era stata partner in un grande studio legale ma
di recente aveva mollato il mondo aziendale, proprio come
speravo di fare io, anche se esercitava ancora la pratica legale
per conto dell'amministrazione cittadina. Aveva occhi color
dell'ardesia, pelle chiara da regina ottocentesca e una risata
che spesso terminava con uno sbuffo malizioso. Era gentile,
sicura di s, assai competente e sarebbe diventata un'amica
per la vita. La assumerei immediatamente, disse quando
ci incontrammo. Ma ha appena finito di raccontarmi che
non vuole fare l'avvocato.
Con quello che sembra oggi un altro segno del destino,
Susan indirizz me ed il mio curriculum a una sua nuova collega
al municipio, un altro avvocato che aveva abbandonato
la carriera per la gran voglia di lavorare nel settore pubblico.
Questa volta, l'avvocato in questione era, come me, figlia del
South Side e avrebbe finito per cambiare il corso della mia
vita, non una volta, ma ripetutamente. La persona che deve
davvero conoscere, disse Susan,  Valerie Jarrett.
Valerie Jarrett era stata nominata di recente vicecapo di gabinetto
del sindaco di Chicago e aveva profondi legami con
tutta la comunit nera della citt. Come Susan, era stata abbastanza
brillante da procurarsi, dopo la Law School, un lavoro
in uno studio legale prestigioso e poi altrettanto consapevole
di s da rendersi conto che voleva andarsene. Si era trasferita
in municipio soprattutto ispirata dall'esempio di Harold Washington,
eletto nel 1983 quando io ero al college e primo sindaco
afroamericano di Chicago. Washington era stato un
grande oratore, con uno spirito esuberante. I miei genitori lo
amavano per come sapeva condire un discorso alla buona con
citazioni di Shakespeare e per la proverbiale voracit con cui
mangiava a bocca piena pollo fritto agli eventi della comunit
nel South Side. Soprattutto, era un avversario dell'apparato
del Partito democratico che aveva governato a lungo Chicago
e concedeva lucrosi contratti pubblici ai finanziatori, ma in genere
usava i neri per il lavoro di partito e li escludeva, tranne
rari casi, dalle cariche elettive.
Washington aveva incentrato la sua campagna sulla riforma
del sistema politico della citt e sull'attenzione per i quartieri
pi poveri, e aveva vinto di misura. Aveva uno stile
pittoresco e amava il rischio. Era capace di stroncare gli avversari
con l'eloquenza e l'intelletto. Era un brillante supereroe
nero. Si scontrava regolarmente e senza paura con la
maggior parte della vecchia guardia bianca in consiglio comunale
ed era considerato una sorta di leggenda vivente,
specialmente tra i cittadini neri, per i quali la sua leadership
era una specie di scintilla in grado di ridare vita ad un generale
spirito progressista. La sua visione era stata uno dei primi
motivi d'ispirazione per Barack, quando nel 1985 arriv a
Chicago per lavorare come coordinatore.
Anche Valerie fu attratta da Washington. Aveva trent'anni
quando era entrata a far parte del suo staff nel 1987, all'inizio
del suo secondo mandato. Era anche madre di una figlia piccola
e presto avrebbe divorziato. Si trattava di un momento
molto poco opportuno per affrontare la riduzione di stipendio
che si subisce quando si lascia un elegante studio legale
e si sceglie di lavorare per il Comune. E, nel giro di pochi
mesi, la tragedia: Harold Washington ebbe un infarto e mor
seduto alla sua scrivania, trenta minuti dopo aver tenuto una
conferenza stampa sull'edilizia popolare. L'indomani, il consiglio
comunale design come sostituto un consigliere nero,
ma il suo incarico fu relativamente breve. Con una mossa che
molti afroamericani giudicarono un ritorno, rapido e scoraggiante,
agli antichi metodi della politica dei bianchi, alle elezioni
vinse Richard M. Daley, figlio di un precedente sindaco,
Richard J. Daley, considerato da molti il padrino del famigerato
clientelismo di Chicago.
Nonostante avesse delle riserve sulla nuova amministrazione,
Valerie aveva deciso di restare ed era passata dall'ufficio
legale direttamente a quello del sindaco Daley. La sua nuova
carriera le piaceva, non foss'altro che per la distanza che la
separava dalla sua precedente esperienza professionale. Mi
spieg che il passaggio da uno studio legale privato all'amministrazione
pubblica le sembrava un sollievo, una scossa
di energia, un salto dall'irrealt impomatata della professione
legale praticata ai piani alti dei grattacieli al mondo reale,
realissimo.
Il Chicago's City Hall and County Building  un monolito
di undici piani in granito grigio con il tetto piatto. Occupa
un intero isolato tra Clark Street e North LaSalle, sul lato
nord del Loop. In confronto ai grattacieli altissimi che lo circondano
 tozzo, ma non privo di una certa grandiosit, con
le alte colonne corinzie che adornano la facciata e i giganteschi
atri di marmo in cui le voci echeggiano. La met dell'edificio
che d verso est  sede degli uffici della contea; il
Comune usa la met occidentale, che ospita il sindaco, i
membri del consiglio comunale ed i funzionari. Il municipio,
come imparai nella soffocante giornata estiva in cui incontrai
Valerie per il mio colloquio di lavoro,  pieno zeppo di persone,
un particolare minaccioso e allo stesso tempo esaltante.
C'erano coppie in procinto di sposarsi e cittadini che registravano
le auto. C'era gente che presentava reclami a proposito
delle buche sulla strada, dei padroni di casa, delle
fogne e di tutto quello che potesse essere migliorato dall'amministrazione
comunale. C'erano bambini nei passeggini e
anziane signore in sedia a rotelle. C'erano giornalisti, lobbisti
e anche senzatetto che cercavano solo di ripararsi dal caldo.
Sul marciapiede di fronte alcuni attivisti agitavano cartelli e
cantavano, anche se non ricordo contro cosa protestavano.
So per che fui completamente colta di sorpresa e insieme
affascinata dal caos di quel luogo, allo stesso tempo sgangherato
ma con un certo suo ordine. Il municipio apparteneva
alla gente. Aveva un'immediatezza concreta e rumorosa che
non avevo mai percepito da Sidley.
Valerie aveva riservato venti minuti del suo tempo al mio
colloquio, ma la nostra conversazione si protrasse per un'ora
e mezza. Era un'afroamericana dalla pelle chiara, snella, affabile
e straordinariamente serena. Indossava un bellissimo
vestito di sartoria e aveva uno sguardo determinato negli occhi
bruni e un'impressionante conoscenza del funzionamento
della citt. Il suo lavoro le piaceva, ma non cerc di
sorvolare sulle pesantezze burocratiche dell'attivit amministrativa.
Qualcosa in lei mi fece immediatamente rilassare. Anni
dopo, Valerie mi avrebbe detto che quel giorno, con sua
grande sorpresa, ero riuscita a ribaltare la sua solita procedura
per i colloqui: le avevo dato alcune utili, essenziali informazioni
su me stessa, ma poi l'avevo torchiata, desiderosa di
capire cosa davvero pensasse e provasse a proposito del lavoro
e come reagisse il sindaco alle idee ed alle proposte dei dipendenti.
Volevo accertarmi di quanto quel lavoro fosse adatto a
me come lei si accertava che io fossi adatta a quel lavoro.
Col senno di poi, sono certa che stavo solo approfittando
di quella che sentivo essere una rara occasione di parlare con
una donna con un background analogo al mio, ma che mi
precedeva di alcuni anni nel percorso professionale. Valerie
era calma, determinata e saggia come poche persone che
avevo incontrato prima. Era qualcuno da cui imparare, a cui
stare appiccicata. Me ne accorsi all'istante.
Prima che me ne andassi mi offr un lavoro nel suo staff come
assistente del sindaco Daley, non appena fossi stata pronta.
Non avrei pi fatto l'avvocato. Il mio stipendio sarebbe stato
di 60000 dollari l'anno, la met di quello che guadagnavo da
Sidley & Austin. Mi disse che avrei dovuto prendermi del tempo
per pensare se ero davvero pronta ad un cambiamento del
genere. Toccava a me riflettere su quel salto, visto che ero io
a saltare.
Non avevo mai tenuto in grande considerazione il Comune.
Essendo nera e cresciuta nel South Side, non avevo molta
fiducia nella politica. Tradizionalmente, la politica era stata
usata contro noi neri come strumento per mantenerci isolati
ed esclusi, disoccupati e sottopagati, e per impartirci un'istruzione
insufficiente. I miei nonni avevano vissuto gli orrori
della segregazione e l'umiliazione della discriminazione
nell'accesso alla casa, e nutrivano una radicata sfiducia nei
confronti delle autorit. (Southside, come ricorderete, pensava
che anche il dentista ce l'avesse con lui). A mio padre,
che era stato dipendente pubblico per quasi tutta la vita, era
stato fatto intendere che doveva offrirsi come rappresentante
di circoscrizione per il Partito democratico se voleva anche
solo sperare in una promozione sul lavoro. Apprezzava
l'aspetto sociale legato ai suoi doveri di rappresentante, ma
era sempre stato scoraggiato dal clientelismo del municipio.
Ed ecco che io, all'improvviso, stavo prendendo in considerazione
proprio un lavoro in municipio. Il taglio di stipendio
mi aveva fatto sobbalzare, ma dentro di me ero stuzzicata
dalla proposta. Avvertivo appena una forza silenziosa che mi
spingeva verso un futuro potenzialmente diverso da quello
che avevo programmato. Ero quasi pronta a spiccare il volo,
ma per un motivo ben preciso. Non riguardava pi soltanto
me. Quando, alcuni giorni dopo, Valerie mi telefon per sentire
a che punto ero con la mia decisione, le dissi che stavo
ancora riflettendo sulla sua offerta. Poi le feci un'ultima domanda,
che lei dovette considerare molto strana: Per cortesia,
potrei presentarti il mio fidanzato?.
Suppongo che adesso dovrei fare retromarcia e riavvolgere
il nastro abbandonando la calura pesante di quell'estate, la
nebbia confusa dei lunghi mesi che seguirono la morte di
mio padre. Barack era venuto a Chicago per restarmi accanto
quanto pi poteva nei giorni del funerale prima di tornare ad
Harvard per laurearsi. Dopo la laurea, a maggio inoltrato, fece
le valigie, vendette la sua Datsun giallo banana e arriv
nuovamente a Chicago al 7436 di South Euclid Avenue e tra
le mie braccia. Lo amavo. Mi sentivo amata da lui. Eravamo
stati per due anni una coppia a distanza, ora eravamo di nuovo
vicini. Significava che nei fine settimana potevamo indugiare
a letto, leggere i giornali, uscire per un brunch e
condividere ogni nostro pensiero. Potevamo cenare insieme
il luned, e anche il marted, il mercoled e il gioved. Potevamo
andare a fare la spesa e piegare la biancheria davanti
alla TV. Spesso la sera mi veniva ancora da piangere per la
morte di mio padre, e Barack era l ad avvolgermi nel suo abbraccio
e baciarmi la testa.
Barack era sollevato di aver finito la Law School, desideroso
di uscire dal regno astratto dell'accademia e di trovare un
lavoro che gli sembrasse pi attraente e concreto. Aveva anche
venduto la sua idea di un saggio sulla razza e l'identit ad
un editore di New York, cosa che, per uno che adorava i libri
come lui, era un dono del cielo da accogliere con deferenza.
Aveva ricevuto un anticipo e aveva a disposizione un anno
circa per completare il manoscritto.
Barack disponeva, come al solito, di molte opzioni. La sua
fama - le relazioni entusiastiche dei suoi professori e l'articolo
del New York Times al momento della nomina alla direzione
della Harvard Law Review - gli procur una serie
di opportunit. L'Universit di Chicago gli offr un posto non
retribuito e un piccolo ufficio per l'anno accademico. L'idea
era che avrebbe potuto scrivere il libro e magari, alla fine,
farsi assumere come professore a contratto della Law School.
Nella speranza che tornasse a lavorare a tempo pieno da noi,
i miei colleghi da Sidley & Austin gli misero a disposizione
una scrivania da usare nelle otto settimane circa prima del
suo esame di Stato, in luglio. Stava anche considerando l'ipotesi
di accettare un lavoro da Davis, Miner, Barnhill & Galland,
un piccolo studio che si occupava di diritti civili e
alloggi popolari e i cui avvocati si erano schierati con Harold
Washington, un particolare che esercitava una potente attrazione
su Barack.
C' qualcosa di incoraggiante in una persona che ritiene
infinite le sue opportunit, e che non spreca tempo od energie
a chiedersi se un giorno o l'altro si esauriranno. Barack aveva
lavorato sodo e coscienziosamente per guadagnarsi tutto
quello che gli stavano offrendo, ma non teneva la conta dei
suoi successi n misurava i suoi progressi confrontandoli con
quelli degli altri, come facevano molte persone di mia conoscenza,
e a volte io stessa. Mostrava, a tratti, una meravigliosa
indifferenza nei confronti della corsa sfrenata verso l'affermazione
e nei confronti dei beni materiali a cui un avvocato
trentenne avrebbe dovuto dare la caccia, da un'auto che non
fosse imbarazzante a una casa con giardino nei sobborghi residenziali
o un elegante appartamento nel Loop. Avevo sempre
notato questa sua qualit ma, ora che vivevamo insieme e
stavo considerando di compiere la prima vera svolta della mia
vita, attribuivo a essa un valore ancora maggiore.
In poche parole, Barack conservava la fiducia anche quando
gli altri la perdevano. Aveva la semplice e salda convinzione
che se si resta attaccati ai propri princpi le cose andranno
bene. A quel punto, venivo da una lunga serie di conversazioni
rispettose e sensate con molte persone diverse, a cui mi ero
rivolta per trovare il modo migliore di uscire da una carriera
in cui, secondo tutti i criteri di valutazione esteriori, mi ero
affermata. Ogni volta che parlavo dei prestiti che dovevo estinguere
o del fatto di non essere ancora riuscita a comprare casa,
leggevo su molti volti sollecitudine e preoccupazione. Non
potevo fare a meno di pensare a mio padre, che si era imposto
obiettivi modesti e aveva evitato ogni rischio per permetterci
di vivere in tranquillit. Avevo sempre nelle orecchie il consiglio
di mia madre: prima fai i soldi, poi preccupati della tua felicit.
Ad aggravare la mia angoscia era un'aspirazione intensa
e profonda che superava di gran lunga ogni desiderio materiale:
sapevo di volere dei figli, pi prima che poi. E come
avrei fatto se avessi dovuto cominciare di punto in bianco a
lavorare in un settore completamente nuovo?
Barack, quando fu di nuovo a Chicago, divent una specie
di antidoto dall'effetto calmante. Assorbiva le mie preoccupazioni,
mi ascoltava quando elencavo tutti i miei impegni
finanziari e dichiarava che anche lui era entusiasta dell'idea
di avere figli. Riconosceva che non c'era modo di presagire
esattamente come avremmo sistemato le cose, dato che nessuno
dei due voleva essere vincolato alla comoda prevedibilit
della vita da avvocato. Ma il succo era che eravamo
tutt'altro che poveri e avevamo di fronte un futuro promettente,
forse ancora pi promettente perch non potevamo
pianificarlo con facilit.
Era l'unica voce che mi invitava a fare quel passo, a smetterla
di preoccuparmi e scegliere quello che pensavo mi avrebbe
resa felice. Era giusto fare un salto nell'ignoto perch - e questa
sarebbe stata una notizia sorprendente per quasi tutti i
membri della famiglia Shields-Robinson, risalendo fino a Dandy
e Southside - l'ignoto non mi avrebbe uccisa.
Non preoccuparti, mi stava dicendo Barack. Puoi farcela.
Troveremo un modo.
Adesso, una parola sull'esame di Stato.  un lavoraccio necessario,
un rito di passaggio per ogni laureato in Legge che
voglia praticare la professione legale e, sebbene il contenuto
e la struttura dell'esame varino da Stato a Stato, l'esperienza
in s - una prova di due giorni, dodici ore in totale, in cui il
candidato deve dimostrare di conoscere tutto, dalla legge
che disciplina i contratti alle arcane norme sulle transazioni
garantite -  universalmente considerata infernale. Anch'io,
come stava per capitare a Barack, avevo sostenuto l'esame in
Illinois. Tre anni prima, l'estate dopo essermi laureata ad Harvard,
mi ero sobbarcata, con quella che avrebbe dovuto essere
una rigida autodisciplina, due mesi di superlavoro:
dovevo accumulare ore come neoassociata da Sidley, partecipare
a un corso propedeutico all'esame e farmi largo tra
gli esercizi e i test di un libro colossale.
Era l'estate del matrimonio di Craig con Janis, a Denver,
la citt di lei. Janis mi aveva chiesto di farle da damigella e
per una serie di motivi - uno dei quali, e non certo l'ultimo,
era che avevo trascorso gli ultimi sette anni a sgobbare senza
interruzione tra Princeton e Harvard - mi immersi subito e
con impazienza nel ruolo. La accompagnai a scegliere gli abiti
senza lesinare i gridolini di meraviglia e aiutai a organizzare
l'addio al nubilato. Avrei fatto qualunque cosa per contribuire
a rendere pi lieto quel giorno. In altre parole, ero
molto pi eccitata dalla preparazione delle nozze di mio fratello
che non dalla prospettiva di ripassare la casistica degli
illeciti civili.
Tutto questo accadeva ai vecchi tempi in cui i risultati degli
esami arrivavano per posta. In autunno, con esame di Stato
e matrimonio alle spalle, un giorno telefonai a mio padre
dall'ufficio e gli chiesi se era arrivata la posta. Era arrivata.
Per caso una busta indirizzata a me? S. Era una lettera dell'Illinois
State Bar Association? Come, ah, s, sulla busta c'era
scritto proprio cos. Allora gli chiesi di aprirla, e sentii un fruscio
e poi una lunga, pesante pausa all'altro capo del filo.
Non l'avevo passato.
In tutta la mia vita non avevo mai fallito un test, a meno di
voler contare quella volta all'asilo in cui non ero riuscita a
leggere la parola white sul cartoncino che mi mostrava la
maestra. Ma avevo toppato l'esame di Stato. Mi vergognavo,
sicura di aver deluso tutte le persone che mi avevano insegnato
qualcosa, incoraggiato o dato un lavoro. Non ero abituata
a commettere errori. Semmai, al contrario, esageravo
con l'impegno, soprattutto quando si trattava di prepararmi
per occasioni importanti o per un esame; ma questo me l'ero
lasciato sfuggire di mano. Ora penso che l'insuccesso sia stato
un effetto collaterale del disinteresse che avevo provato
per tutto il corso della Law School, esaurita com'ero dallo
studio e annoiata da materie che mi sembravano esoteriche
e lontanissime dalla vita reale. Volevo avere a che fare con le
persone e non con i libri, e credo fosse questo il motivo per
cui l'esperienza migliore di Legge era stato il volontariato
all'ufficio per l'assistenza legale, dove potevo aiutare qualcuno
a ottenere un assegno dalla previdenza sociale o a opporsi
alle pretese di un padrone di casa scorretto.
E per, non mi piaceva fallire. Avrei provato per mesi
l'amarezza della sconfitta, anche se un sacco di colleghi da
Sidley mi confessarono di non avercela fatta al primo tentativo.
In autunno, mi preparai con impegno e studiai per ripetere
l'esame, passandolo senza problemi. Alla fine, orgoglio
a parte, la mia bocciatura non avrebbe avuto nessuna
conseguenza.
Alcuni anni dopo, tuttavia, il ricordo mi induceva ad osservare
Barack con una dose extra di curiosit. Seguiva le lezioni
del corso propedeutico e si portava appresso i libri, ma non li
apriva tanto spesso quanto forse avrebbe dovuto, secondo me,
o in ogni caso non quanto avrei fatto io, visto quello che mi
era capitato. Ma non avevo intenzione di assillarlo e ancor meno
di usare la mia esperienza come metro di quello che poteva
andare storto. Eravamo fatti troppo diversamente, lui e io.
Intanto, la testa di Barack era una valigia stracolma di informazioni,
un computer da cui poteva estrarre dati a piacimento.
Io lo chiamavo l'uomo dei fatti, visto che aveva sempre dei
numeri da snocciolare a ogni nuova piega della conversazione.
Aveva una memoria non proprio fotografica, ma quasi. La verit
 che non ero preoccupata del fatto che passasse l'esame
e - questo era un po' seccante - non lo era nemmeno lui.
Cos festeggiammo subito, il giorno stesso in cui fin l'esame
- il 31 luglio 1991 - prenotando un tavolo da Gordon,
un ristorante in centro. Era uno dei nostri preferiti, un locale
per le occasioni speciali, con i lampadari art dco che diffondono
una luce soffusa, le tovaglie candide inamidate ed un
menu con caviale e cuori di carciofo fritti. Eravamo in piena
estate e felici.
Da Gordon ordinavamo sempre un pasto completo. Quella
sera prendemmo due Martini con gli stuzzichini per aperitivo.
Scegliemmo un buon vino per gli antipasti. Chiacchierammo
del pi e del meno, contenti e forse un po' sdolcinati.
Verso la fine della cena Barack mi sorrise e sollev la questione
del matrimonio. Mi prese la mano e dichiar che per
quanto mi amasse con tutto se stesso, continuava a non vedere
il motivo di un passo simile. Istantaneamente, mi sentii avvampare.
Era come schiacciare un pulsante dentro di me,
uno di quei grossi pulsanti rossi che si trovano, che so, in un
impianto nucleare circondati da segnali di pericolo e mappe
per l'evacuazione. Davvero? Dovevamo proprio discuterne l,
in quel momento?
Gi. Avevamo gi discusso in abbondanza dell'ipotesi del
matrimonio senza grandi risultati. Io ero una tradizionalista
e Barack no. Era ormai chiaro che nessuno dei due avrebbe
potuto cambiare idea. Eppure questo non ci imped - dopotutto
eravamo due avvocati - di ritornare con grande fervore
sull'argomento. Circondati da uomini in giacca e donne in
abiti eleganti che gustavano i loro piatti ricercati, feci il possibile
per parlare con voce pacata.
Se siamo impegnati, dissi sforzandomi di restare calma,
perch non formalizzare l'impegno? Quale parte della tua
dignit ne uscirebbe sacrificata?
A partire da l ripercorremmo tutti i soliti vecchi argomenti.
Il matrimonio era importante? Perch? In cosa sbagliava
lui? In cosa sbagliavo io? Che genere di futuro avremmo avuto
se non potevamo risolvere questo problema? Non era un
litigio, ma una disputa, un botta e risposta tra due legali:
dissezionavamo l'argomento a suon di interrogatori e controinterrogatori,
anche se era evidente che a infervorarsi di pi
non era lui. E a parlare ero pi spesso io.
Alla fine, il nostro cameriere arriv con un piatto da dessert
con una cloche d'argento. Me lo fece scivolare davanti e
sollev il coperchio. Io ero troppo arrabbiata persino per abbassare
lo sguardo, ma quando lo feci, al posto della torta al
cioccolato, vidi un astuccio di velluto scuro. Dentro c'era un
anello col diamante.
Barack mi guardava divertito. Mi aveva preso in giro. Era
stato tutto un trucco. Mi ci volle un secondo per passare dalla
rabbia ad uno stato di stupefatta felicit. Mi aveva provocato
perch era l'ultima volta che tirava fuori il suo vacuo ragionamento
a sfavore del matrimonio, l'ultima finch saremmo
stati in vita. Il caso era chiuso. Si mise in ginocchio e con una
nota di emozione nella voce mi chiese se gli concedevo l'onore
di sposarlo. In sguito, appresi che aveva gi chiesto l'approvazione
di mia madre e mio fratello. Quando dissi di s,
ebbi l'impressione che tutte le persone in sala si fossero messe
ad applaudire.
Per un minuto o due, fissai esterrefatta l'anello al mio dito.
Guardai Barack per avere conferma che era tutto vero. Sorrideva.
Mi aveva colto completamente di sorpresa. In un certo
senso, avevamo vinto entrambi. Bene, disse spensieratamente.
Questo dovrebbe farti stare zitta.
Dissi di s a Barack e, poco tempo dopo, feci lo stesso con
Valerie Jarrett: accettai la sua offerta di andare a lavorare per
l'amministrazione comunale. Prima di impegnarmi, ritenni
importante far sguito alla mia richiesta di farle conoscere
Barack, cos organizzai una cena perch tutti e tre potessimo
parlare.
Lo feci per due ragioni. In primo luogo, Valerie mi piaceva.
Mi aveva colpito e, indipendentemente dalla decisione che
avrei preso riguardo alla sua offerta di lavoro, volevo conoscerla
meglio. Sapevo che ne sarebbe rimasto colpito anche Barack.
Inoltre, ed era il motivo pi importante, volevo che lui ascoltasse
la sua storia. Come Barack, Valerie aveva trascorso una
parte dell'infanzia in un Paese straniero - nel suo caso l'Iran,
dove il padre, che era medico, lavorava in un ospedale -, era
ritornata negli Stati Uniti per frequentare la scuola e quell'esperienza
le offriva lo stesso sguardo acuto sul mondo che
coglievo in Barack. Barack non era entusiasta del fatto che andassi
a lavorare per l'amministrazione comunale. Come Valerie,
era stato ispirato dall'esempio di Harold Washington,
quando era sindaco, ma si sentiva decisamente molto meno
vicino all'establishment vecchia scuola rappresentato da Richard
M. Daley. A parlare cos era il coordinatore di comunit
che c'era in lui: persino quando era in carica Washington doveva
battersi senza sosta e a volte inutilmente con il Comune
per ottenere un minimo di sostegno ai progetti di base. Anche
se non aveva fatto che incoraggiare le mie prospettive di un
nuovo impiego, in fondo temeva che, lavorando sotto Daley,
avrei finito per sentirmi disillusa o impotente.
Valerie era la persona giusta a cui esporre queste preoccupazioni.
Aveva riorganizzato la propria vita in funzione di
Washington e l'aveva perso quasi subito. Il vuoto politico che
aveva fatto sguito alla morte del sindaco rappresentava una
sorta di racconto ammonitore per il futuro, un racconto di
cui pi tardi avrei dovuto spiegare la morale ai cittadini di
tutta l'America: a Chicago avevamo commesso l'errore di caricare
tutte le speranze di riforma sulle spalle di un solo uomo,
senza costruire l'apparato politico necessario a sostenere
la sua visione. Gli elettori, soprattutto i liberal e i neri, consideravano
Washington una sorta di salvatore, un simbolo,
l'uomo che avrebbe potuto cambiare tutto. Lui aveva portato
quel peso in modo ammirevole, e con il suo esempio aveva
spinto moltissime persone come Barack e Valerie ad abbandonare
il settore privato per lavorare a livello comunitario e
nel servizio pubblico. Ma quando mor, con lui se ne and
gran parte dell'energia che aveva generato.
La decisione di Valerie di restare con il sindaco successivo
le aveva richiesto un po' di riflessione, ma ci spieg perch
la considerava la scelta giusta. Disse di sentirsi sostenuta e incoraggiata
da Daley ed era convinta di essere utile alla citt.
Era stata pi fedele ai princpi di Harold Washington che
all'uomo in s, disse. L'ispirazione da sola  un involucro
vuoto; devi riempirlo con il duro lavoro. Quest'idea ebbe un
forte impatto sia su di me sia su Barack e quella cena fiss
un dato di fatto: Valerie Jarrett era ormai parte delle nostre
vite. Senza che ne avessimo discusso apertamente, sembrava
quasi che noi tre ci fossimo accordati per percorrere insieme
una lunga strada.
C'era un'ultima cosa da fare, ora che eravamo fidanzati,
ora che avevo accettato il nuovo lavoro e Barack si era impegnato
con Davis, Miner, Barnhill & Galland, lo studio specializzato
in diritti civili che lo corteggiava: prenderci una
vacanza. A dire il vero fu pi una sorta di pellegrinaggio: un
mercoled di fine agosto ci imbarcammo a Chicago, cambiammo
aereo a Francoforte e, dopo altre otto ore di volo,
arrivammo a Nairobi appena prima dell'alba, atterrando alla
luce della luna keniana in quello che pareva un mondo completamente
diverso.
Ero stata in Giamaica, alle Bahamas e qualche volta in Europa,
ma questa era la prima volta che andavo cos lontano
da casa. Percepii immediatamente l'estraneit di Nairobi - o,
in realt, il mio essere straniera -, persino alle prime luci del
mattino.  una sensazione che ho imparato ad amare col passare
degli anni e dei viaggi: il modo in cui si presenta, subito
e senza pretese, un posto nuovo. L'aria ha un peso diverso
da quello a cui si  abituati;  carica di profumi che non si
riesce a identificare bene, un alito di fumo di legna o di gasolio,
forse, o la dolcezza di un fiore che sboccia sugli alberi.
A sorgere  lo stesso sole, ma ha un aspetto leggermente diverso
da quello che si conosce.
La sorellastra di Barack, Auma, ci venne a prendere all'aeroporto
e ci accolse calorosamente. Loro due si erano incontrati
poche volte da quando, sei anni prima, Auma era venuta
a Chicago, ma li univa un legame molto stretto. Auma ha un
anno pi di Barack. Sua madre, Grace Kezia, era incinta di
lei quando, nel 1959, Barack Obama Sr. lasci Nairobi per
studiare alle Hawaii. (Avevano anche un figlio, Abongo, che
muoveva allora i primi passi). Dopo il suo ritorno in Kenya,
a met degli anni Sessanta, Barack Sr. e Kezia ebbero altri
due figli.
Auma aveva la pelle color ebano, i denti bianchissimi e parlava
con un forte accento britannico. Il suo sorriso era ampio
e rassicurante. Al nostro arrivo in Kenya, io ero talmente
stanca per il viaggio che riuscivo a stento a fare conversazione,
ma mentre ci dirigevamo verso la citt, sul sedile posteriore
del vecchio Maggiolino Volkswagen di Auma, notai
come l'immediatezza del suo sorriso fosse la stessa di quello
di Barack, come la curva del capo assomigliasse alla sua. Auma
aveva chiaramente ereditato anche l'intelligenza di famiglia:
era cresciuta in Kenya e ci ritornava spesso, ma aveva
frequentato l'universit in Germania e viveva ancora l, dove
stava facendo un dottorato. Parlava correntemente inglese,
tedesco, swahili e il dialetto locale della sua famiglia, il luo.
Come noi, era l in visita.
Auma aveva organizzato il nostro soggiorno in modo che
Barack e io alloggiassimo nell'appartamento vuoto di un amico,
un monolocale spartano in un anonimo edificio di calcestruzzo
che era stato dipinto di un rosa brillante. I primi due
giorni eravamo cos tramortiti per il jet lag che avevamo la
sensazione di muoverci a velocit dimezzata. O forse era solo
il ritmo di Nairobi, dove vigeva una logica completamente diversa
rispetto a Chicago: le strade e le rotatorie all'inglese erano
intasate da un assembramento di pedoni, motociclisti,
auto e matatu, i traballanti minibus locali, informali e simili a
maxitaxi che si vedevano ovunque, coperti di graffiti e tributi
a Dio, i bagagli legati sul tetto, cos affollati che a volte i passeggeri
viaggiavano precariamente appesi all'esterno.
Ero in Africa, adesso. Era una sensazione travolgente, faticosa
e per me completamente nuova. Il Maggiolino azzurro
di Auma era cos vecchio che spesso bisognava spingerlo perch
il motore si avviasse. Mal consigliata, avevo comprato un
paio di sneaker bianche da indossare durante il viaggio e, nel
giro di un giorno, con tutto quello spingere, presero una tonalit
marrone rossastro, macchiate dalla polvere color cannella
di Nairobi.
Barack si sentiva pi a suo agio di me perch era gi stato
l una volta. Io mi muovevo con la goffaggine del turista. Eravamo
degli estranei, nonostante la pelle nera. Per strada, a
volte, la gente ci guardava. Non mi aspettavo di ambientarmi
all'istante, ovviamente, ma penso di essere sbarcata l con
l'ingenua convinzione di avere un legame viscerale con il
continente che, crescendo, avevo sempre considerato una
sorta di mitica madrepatria, come se il semplice fatto di andarci
potesse garantirmi un senso di completezza. Ma l'Africa,
naturalmente, non ci doveva nulla.  curioso rendersene
conto: un afroamericano in Africa ha l'impressione di non
sentirsi n africano n americano. In me questo suscit una
tristezza difficile da spiegare, la sensazione di non avere radici
in nessuno dei due continenti.
Dopo qualche giorno mi sentivo ancora scombussolata e
stavamo entrambi covando il mal di gola. Barack e io litigammo,
non ricordo esattamente per cosa. Anche se il Kenya ci
incuteva soggezione e rispetto, eravamo stanchi, il che ci portava
ad interminabili discussioni, e alla fine, per chiss quale
ragione, ci condusse a un'esplosione di rabbia. Sono cos
furiosa con Barack, scrissi nel mio diario. Dubito che abbiamo
qualcosa in comune. A quel punto smisi di articolare
i pensieri e feci uno squarcio nel resto della pagina.
Come ogni coppia novella, stavamo imparando a litigare.
Non litigavamo spesso e, quando accadeva, capitava per delle
sciocchezze, una serie di irritazioni represse che di solito affioravano
in superficie quando - uno di noi o entrambi - eravamo
troppo stanchi o stressati. Ma litigavamo. E, comunque
vadano le cose, quando mi arrabbio io tendo a urlare. Quando
qualcosa mi fa scoppiare, la sensazione pu essere intensamente
fisica, una specie di palla infuocata che risale lungo
la spina dorsale ed esplode con una forza tale da farmi dimenticare,
a volte, cosa ho detto in quel momento. Barack,
invece, tende a rimanere freddo e razionale. Le sue parole
scorrono come una cascata eloquente (e perci irritante). Ci
 voluto del tempo - svariati anni - per capire che questo dipende
semplicemente da come siamo fatti, che siamo entrambi
la somma dei nostri codici genetici cos come di ogni
caratteristica ereditata dai nostri genitori e prima ancora dai
loro genitori. Col tempo, abbiamo trovato il modo di esprimere
e superare le nostre irritazioni e la rabbia occasionale.
Ora, quando litighiamo, lo facciamo in maniera meno teatrale,
spesso pi efficace e senza mai perdere di vista l'amore
che proviamo l'uno per l'altra, non importa quanto sia messo
a dura prova.
La mattina seguente ci svegliammo sotto un cielo blu e con
una nuova energia, meno tramortiti dal jet lag e con la sensazione
di essere quelli che siamo di solito: due persone felici.
Ci trovammo con Auma in una stazione del centro e prendemmo
insieme un treno passeggeri per andare a ovest verso il
luogo in cui si trova la casa avita della famiglia Obama. Seduta
accanto al finestrino, in uno scompartimento stipato di keniani,
alcuni dei quali viaggiavano con polli vivi dentro delle ceste,
altri con pesanti mobili acquistati in citt, fui colpita
ancora una volta dalla rapida trasformazione della mia vita di
ragazza-di-Chicago, di avvocato-da-scrivania, e da come l'uomo
che mi sedeva accanto, apparso un giorno sulla porta del mio
ufficio con il suo nome bizzarro e il sorriso donchisciottesco,
avesse brillantemente capovolto tutto. Sedevo incollata al finestrino
mentre la comunit di Kibera, la pi estesa baraccopoli
urbana dell'Africa, ci sfilava accanto, mostrandoci i suoi
tuguri bassi con i tetti di lamiera ondulata, le strade fangose,
le fogne a cielo aperto e un genere di povert che non avevo
mai visto prima n avrei potuto immaginare.
Il viaggio dur molte ore. Barack alla fine apr un libro,
ma io continuai a guardare dal finestrino, pietrificata, mentre
le baraccopoli di Nairobi cedevano il passo alla campagna
verde smeraldo e il treno procedeva sferragliando verso
nord, fino alla citt di Kisumu, dove Auma, Barack e io nella
cocente calura equatoriale salimmo su un matatu per percorrere,
sballottati attraverso i campi di granturco, l'ultimo tratto
di strada che ci divideva dal villaggio di Kogelo, dove viveva
la loro nonna.
Ricorder sempre l'argilla rosso scuro della terra in quella
parte del Kenya, cos ricca da sembrare primordiale, la sua
polvere che incrostava la pelle scura e i capelli dei bambini
che ci salutavano gridando ai lati della strada. Ricordo quanto
fossi sudata e assetata mentre percorrevamo a piedi l'ultimo
tratto di strada fino al recinto che circondava la propriet
della nonna di Barack, la casa di cemento ben tenuta dove
viveva da anni, coltivando un appezzamento adiacente ed allevando
diverse mucche. La chiamavano nonna Sarah. Era
una signora bassa e larga con gli occhi saggi e un sorriso che
le increspava le labbra. Non parlava inglese, solo luo, e ci disse
che era felice che avessimo fatto tutta quella strada per andare
a trovarla. Accanto a lei, mi sentivo molto alta. Mi
studiava con una curiosit divertita, come se cercasse di indovinare
da dove venissi precisamente e come fossi finita sulla
soglia di casa sua. Una delle prime domande che mi fece
fu: Quale dei tuoi genitori  bianco?.
Io risi e le spiegai, con l'aiuto di Auma, che ero nera in tutto
e per tutto: era difficile essere pi neri di cos in America.
Nonna Sarah lo trov divertente. Trovava divertente tutto
e prendeva in giro Barack perch non parlava la loro lingua.
Ero travolta dalla sua gioia semplice. Al calar della sera ammazz
un pollo e ci prepar uno stufato che accompagn
con una poltiglia di mais chiamata ugali. Vicini e parenti entravano
in continuazione per salutare i giovani Obama e congratularsi
con noi per il fidanzamento. Io trangugiai grata il
cibo mentre il sole tramontava e la notte scendeva sul villaggio
privo di elettricit, lasciando un'ampia striscia di stelle
sopra le nostre teste. Essere l mi sembrava un piccolo miracolo.
Dividevo con Barack una rudimentale stanza da letto e
ascoltavamo in stereofonia i grilli nei campi di granturco intorno
a noi, il fruscio di animali che non potevamo vedere.
Ricordo che mi sentivo intimorita di fronte all'immensit
della terra e del cielo intorno a me ed allo stesso tempo riparata
e protetta dentro quella minuscola casa. Avevo un nuovo
lavoro, un fidanzato, una famiglia allargata e persino una
nonna keniana che mi aveva concesso la sua benedizione.
Era vero: ero stata scagliata lontano dal mio mondo e, per il
momento, andava tutto bene.
...
12.

Barack e io ci sposammo in un sabato di sole nell'ottobre
del 1992 nella Trinity United Church of Christ, a South Shore,
davanti a pi di trecento tra amici e parenti. Fu un grande
matrimonio e non poteva essere altrimenti. Se dovevamo
sposarci a Chicago non era possibile accorciare la lista degli
invitati. Le mie radici erano troppo profonde. Non avevo solo
cugini, ma anche cugini di cugini, e quei cugini di cugini
avevano bambini: non avrei escluso nessuno di loro e tutti
contribuirono a rendere la giornata gioiosa e intensa.
C'erano i fratelli e la sorella di mio padre, tutti minori di
lui. La famiglia di mia madre si present al completo.
Vennero vecchi compagni di scuola e i vicini, gente da Princeton
e dalla Whitney Young. La signora Smith, la moglie del mio
vecchio vicepreside delle superiori, che viveva ancora poco
lontano da noi in Euclid Avenue, aiut a organizzare il matrimonio,
mentre i nostri dirimpettai, i signori Thompson e
la loro jazz band, suonarono al ricevimento. Santita Jackson,
esuberante nel suo abito nero con una scollatura molto audace,
fu la mia damigella. Avevo invitato i vecchi colleghi di
Sidley e i nuovi colleghi del municipio. C'erano i partner dello
studio di Barack e i suoi vecchi amici coordinatori. La turbolenta
banda hawaiana dei compagni di Barack alle
superiori si mescolava felicemente con il gruppetto di suoi
parenti che indossavano variopinti copricapi dell'Africa
orientale. Purtroppo avevamo perso Gramps - il nonno di
Barack -, morto di cancro l'inverno precedente, ma la nonna
e la madre erano venute, cos come Auma e Maya, le sue sorellastre
di continenti diversi, unite nell'affetto per lui. Era
la prima volta che le nostre famiglie si incontravano e l'atmosfera
era gioiosa.
Eravamo circondati dall'amore, quello eclettico, multiculturale
degli Obama e quello simile a un'ncora dei Robinson
del South Side, ormai fianco a fianco nei banchi della chiesa.
Mentre percorrevo la navata mi aggrappai al braccio di
Craig. Quando arrivammo davanti all'altare, colsi lo sguardo
di mia madre. Sedeva nel primo banco e sembrava una regina
con l'abito bianco e nero ornato di paillette e lungo fino
a terra che avevamo scelto insieme, il mento sollevato e gli
occhi colmi d'orgoglio. Soffrivamo ancora ogni giorno per
la perdita di mio padre anche se andavamo avanti, come
avrebbe voluto lui.
Barack si era svegliato con le fastidiose avvisaglie di un raffreddore
quella mattina, che per erano miracolosamente
svanite non appena era entrato in chiesa. Ora mi sorrideva
dall'altare, con gli occhi raggianti. Indossava uno smoking
preso a nolo e un paio di scarpe nuove lucide. Il matrimonio
per lui era ancora pi misterioso che per me, ma nei quattordici
mesi del nostro fidanzamento aveva dimostrato una convinzione
profonda. Avevamo scelto ogni cosa con cura per
quel giorno. Barack all'inizio aveva dichiarato di non essere
interessato alle minuzie della cerimonia, ma aveva finito col
dare amorevolmente, assertivamente - e prevedibilmente -
la sua opinione su tutto, dai fiori alle tartine che avrebbero
servito al South Shore Cultural Center di l a un'ora. Avevamo
scelto la canzone che Santita, accompagnata da un pianista,
avrebbe cantato con la sua voce meravigliosa.
Era You and I (We Can Conquer the World) di Stevie Wonder.
L'avevo ascoltata per la prima volta da bambina, in terza o
quarta elementare, quando Southside mi aveva regalato Talking
Book, il mio primo album, per me preziosissimo. Lo tenevo
a casa sua e avevo il permesso di metterlo sul giradischi
ogni volta che andavo da lui. Mi aveva insegnato a prendermi
cura dei vinili, a togliere la polvere dai solchi del disco, a sollevare
la puntina dal piatto e abbassarla con delicatezza posizionandola
nel punto giusto. Di solito mi lasciava sola con
la musica e se ne andava in modo che apprendessi in autonomia
tutto quello che l'album aveva da insegnarmi; io, dal
canto mio, imparavo cantando a squarciagola le canzoni, una
volta, due volte e poi di nuovo, con tutta l'aria dei miei polmoni
da bambina. Well, in my mind, we can conquer the world /
In love you and I, you and I, you and I...
Avevo nove anni all'epoca. Non sapevo nulla dell'amore o
dell'impegno o della conquista del mondo. Tutto ci che ero
in grado di fare era evocare idee scintillanti su quello che poteva
essere l'amore e su chi un giorno o l'altro sarebbe arrivato
e mi avrebbe fatta sentire cos forte. Sarebbe stato
Michael Jackson? Jos Cardenal dei Cubs? Qualcuno come
il mio pap? Non riuscivo nemmeno a cominciare a immaginare
davvero chi sarebbe diventato il tu del mio io.
Ma eccoci l.
La Trinity Church aveva la fama di essere una chiesa dinamica
e appassionata. Barack aveva cominciato a frequentarla
quando era coordinatore e, di recente, ne eravamo diventati
entrambi membri seguendo la tendenza di molti nostri amici,
anche loro giovani professionisti afroamericani della citt.
A celebrare il nostro matrimonio era il pastore, il reverendo
Jeremiah Wright, famoso per i suoi emozionanti sermoni e
per la sua passione per la giustizia sociale. Accolse i nostri
amici e famigliari e poi sollev le nostre fedi nuziali in modo
che tutti potessero vederle. Parl con eloquenza del significato
di un'unione stretta di fronte a una comunit solidale,
davanti a una collettivit di testimoni che conoscevano me e
Barack sotto ogni aspetto.
Lo percepii allora - il potere di quello che stavamo facendo,
l'importanza del rito - mentre eravamo l di fronte a un
futuro ancora da scrivere ed alle incognite della vita, stringendoci
a vicenda le mani mentre pronunciavamo i nostri voti.
Qualsiasi cosa ci fosse l fuori, l'avremmo affrontata insieme.
Mi ero immersa nei preparativi perch mi stava a cuore
l'eleganza dell'evento, ma in quel momento capii che ci che
importava davvero, ci che avrei ricordato per sempre, era
quella stretta. Mi don una calma e una stabilit che non avevo
mai provato prima. Avevo fede in quell'unione, fede in
quell'uomo. Dichiararlo fu la cosa pi facile del mondo.
Guardando il viso di Barack, fui certa che provava lo stesso
sentimento. Quel giorno nessuno dei due pianse. A nessuno
dei due s'incrin la voce. Semmai, avevamo un po' le vertigini.
Da l, radunammo gli oltre trecento testimoni e ci dirigemmo
verso il ricevimento. Avremmo mangiato, bevuto e
ballato fino a essere sfiniti di gioia.
La nostra luna di miele doveva essere qualcosa di tranquillo,
un viaggio in tono dimesso nel Nord della California, che
prevedeva vino, dormite, bagni di fango e buona cucina. Il
giorno dopo le nozze volammo a San Francisco, trascorremmo
diversi giorni a Napa e poi prendemmo la Highway 1 per
Big Sur dove avevamo in programma di leggere libri, guardare
l'oceano e liberare la mente. Fu magnifico, nonostante
il raffreddore di Barack fosse scoppiato in pieno. Non servirono
a nulla nemmeno i bagni di fango, che in realt trovammo
piuttosto repellenti.
Avevamo alle spalle un anno intenso ed eravamo pi che
pronti a rilassarci. In origine, Barack aveva programmato di
passare i mesi prima del matrimonio a terminare il libro e a
lavorare nel suo nuovo studio legale, ma aveva finito col sospendere
bruscamente quasi tutti i lavori. All'inizio del 1992
era stato contattato dai leader di un'organizzazione indipendente
attiva a livello nazionale, Project VOTE!, impegnata a
favorire la registrazione di nuovi elettori negli Stati in cui l'afflusso
alle urne delle minoranze era tradizionalmente basso.
Chiesero a Barack se fosse disposto a occuparsi dell'operazione
nell'Illinois, aprendo un ufficio a Chicago per arruolare
nuovi elettori in vista delle consultazioni di novembre.
Si stimava che fossero circa 400000 gli afroamericani dello
Stato che avevano diritto di voto ma non erano ancora registrati,
la maggior parte a Chicago e dintorni.
Il compenso era miserevole, ma l'incarico coinvolgeva Barack
in quelle che erano le sue convinzioni fondamentali. Nel
1983, a Chicago, un'operazione simile aveva contribuito al
successo elettorale di Harold Washington. Nel 1992 la posta
in gioco era ancora alta: un'altra candidata afroamericana,
Carol Moseley Braun, aveva sorpreso tutti vincendo di misura
la nomination democratica per la corsa al Senato federale ed
ora era impegnata in un duello serrato con il candidato repubblicano.
Bill Clinton, nel frattempo, avrebbe sfidato per
la presidenza George H.W. Bush. Per gli elettori delle minoranze
non era il momento di essere solo spettatori.
Dire che Barack si butt anima e corpo in quell'iniziativa
sarebbe un eufemismo. L'obiettivo di Project VOTE! era di registrare
nuovi elettori in Illinois al ritmo di diecimila alla settimana.
Il lavoro era simile a quello che aveva svolto come
coordinatore di comunit: durante la primavera e l'estate lui
e il suo staff avevano battuto i seminterrati di una gran quantit
di chiese e le case porta a porta per parlare con i cittadini
non ancora iscritti nelle liste elettorali. Teneva regolarmente
i contatti con i leader delle comunit e fece infinite volte il
suo discorso programmatico a finanziatori facoltosi, contribuendo
a produrre annunci radiofonici e brochure informative
da distribuire nei quartieri neri e nelle case popolari. Il
messaggio dell'organizzazione era fermo e inequivocabile,
diretto riflesso di ci che Barack sentiva in cuor suo: il voto
 potere, se volete che le cose cambino non potete restare a
casa il giorno delle elezioni.
La sera, Barack rientrava in Euclid Avenue e spesso si lasciava
cadere sul divano: puzzava delle sigarette che ancora
fumava quando non lo vedevo. Era stanco ma mai privo di
energia. Teneva accuratamente il conto delle registrazioni: a
met estate viaggiavano alla media impressionante di settemila
alla settimana, ma erano ancora al di sotto dell'obiettivo.
Elaborava strategie per far passare il messaggio, per reclutare
altri volontari e scovare sacche di persone non ancora avvicinate.
Considerava le sfide come una specie di cubo di Rubik,
un rompicapo che si sarebbe potuto risolvere ruotando i pezzi
giusti nel giusto ordine. Le persone pi difficili da raggiungere,
mi raccontava, erano i giovani dai diciotto ai trent'anni,
che sembrava non avessero la minima fiducia nel governo.
Io, intanto, nel governo ero completamente immersa. Lavoravo
ormai da un anno con Valerie nell'ufficio del sindaco,
dove facevo da collegamento fra diversi assessorati, incluso
quello della Salute. L'mbito di intervento era vasto e le persone
sufficientemente determinate da risultare stimolanti e
sempre interessanti. Se una volta passavo le mie giornate scrivendo
lettere in un ufficio silenzioso con la moquette soffice
e la vista sul lago, ora lavoravo in una stanza senza finestre
all'ultimo piano del municipio, con i cittadini che sciamavano
rumorosamente nell'edificio a ogni ora del giorno.
Le questioni amministrative, stavo imparando, erano complesse
e mai concluse. Facevo la spola tra le riunioni con diversi
capi dipartimento, ero in contatto con gli staff degli
assessori e, a volte, venivo inviata nei quartieri di Chicago in
sguito ai reclami ricevuti dal sindaco. Andavo in missione
per controllare alberi caduti, parlavo a pastori agitati per via
del traffico o dei rifiuti, e spesso rappresentavo l'ufficio del
sindaco alle cerimonie ufficiali della comunit. Una volta dovetti
sedare una rissa ad un picnic di anziani nel North Side.
Nessun avvocato di un grande studio faceva cose simili, ed era
questa la ragione per cui le trovavo affascinanti. Vivevo Chicago
in un modo che non avevo mai sperimentato prima.
Stavo imparando anche un'altra importante lezione, grazie
al tempo trascorso in compagnia di Susan Sher e Valerie Jarrett,
due donne che riuscivano a essere allo stesso tempo straordinariamente
sicure di s e straordinariamente umane.
Susan gestiva le riunioni con classe, compostezza e inflessibilit.
Valerie non aveva remore a esprimere la propria opinione
in una stanza gremita di uomini cocciuti e spesso
riusciva abilmente a portarli dalla sua parte. Era come una
cometa che passa veloce nel cielo: avrebbe compiuto un bel
cammino. Non molto tempo prima del mio matrimonio era
stata promossa al ruolo di commissario incaricato della programmazione
e dello sviluppo economico per la citt e mi
aveva offerto la posizione di assistente. Avrei cominciato non
appena rientrata dal viaggio di nozze.
Vedevo pi spesso Valerie di Susan, ma prendevo attentamente
nota di tutto quello che entrambe facevano, come mi
era capitato con Czerny, il mio mntore al college. Erano
donne consapevoli del loro diritto di esprimersi e non avevano
paura di avvalersene. Potevano essere spiritose ed umili
quando il momento lo richiedeva, ma non si facevano impressionare
dagli sbruffoni e non cercavano di compiacere
il potente di turno quando esponevano il loro punto di vista.
Erano anche madri, un altro aspetto significativo ai miei occhi.
Le osservavo da vicino perch sapevo che un giorno avrei
voluto diventarlo anch'io. Valerie non esitava mai ad abbandonare
una riunione importante quando riceveva una chiamata
dalla scuola della figlia. Allo stesso modo, Susan
schizzava fuori a met della giornata se a uno dei figli saliva
la febbre o se all'asilo era in programma uno spettacolo musicale.
Non mostravano il minimo rammarico nel dare la
priorit alle esigenze dei loro bambini, anche se, a volte,
questo significava stravolgere l'agenda del giorno; e non
consideravano la casa e l'ufficio due compartimenti stagni, come
sembravano fare invece i miei colleghi uomini di Sidley. Non
sono nemmeno certa che per Valerie e Susan si trattasse di
una scelta, dato che si destreggiavano tra aspettative proprie
solo delle madri e per di pi erano entrambe divorziate, una
condizione che costituisce di per s una sfida emotiva e finanziaria.
Non cercavano di essere perfette, ma in qualche
modo riuscivano sempre a eccellere, ed erano legate da
un'amicizia profonda caratterizzata dalla disponibilit reciproca,
un'altra qualit che fece una notevole impressione su
di me. Avevano abbandonato ogni finzione ed erano solo se
stesse, in un modo meraviglioso, potente ed istruttivo.
Barack e io ritornammo dalla luna di miele nella California
del Nord e ad attenderci c'erano buone e cattive notizie.
Le buone notizie arrivarono con le elezioni di novembre, che
portarono un'incoraggiante ondata di cambiamento. Bill
Clinton stravinse in Illinois e in tutto il Paese costringendo
il presidente Bush a lasciare la Casa Bianca dopo un solo
mandato. Anche Carol Moseley Braun ottenne una vittoria
di larga misura e divent la prima afroamericana di sempre
a sedere in Senato. La cosa ancor pi entusiasmante per Barack
fu che l'affluenza alle urne si rivel epica: Project VOTE!
aveva registrato 110000 nuovi elettori e la campagna aveva
probabilmente contribuito a incrementare anche il livello
generale di partecipazione.
Per la prima volta in un decennio, a Chicago si presentarono
alle urne pi di mezzo milione di neri, dimostrando che
avevano il potere collettivo di incidere sui risultati elettorali.
Questo successo mand un chiaro messaggio ai legislatori e
ai politici e fece rinascere una consapevolezza che sembrava
perduta dopo la morte di Harold Washington: il voto afroamericano
era importante. Ignorare o non prendere in considerazione
le esigenze e le preoccupazioni dei cittadini neri
avrebbe avuto un costo politico per chiunque. Sottinteso in
questo primo messaggio ce n'era un secondo, diretto alla stessa
comunit nera: il progresso era possibile, il nostro peso politico
era misurabile. Per Barack tutto ci era incoraggiante.
Per quanto fosse stato estenuante, aveva amato il suo lavoro
per quello che gli aveva insegnato sul complesso sistema politico
di Chicago e perch aveva avuto la dimostrazione che il
suo istinto organizzativo avrebbe potuto funzionare su una
scala pi ampia. Aveva collaborato con i leader di base, cittadini
comuni e funzionari eletti e, quasi miracolosamente,
aveva ottenuto dei risultati. Diversi media sottolinearono l'impatto
di Project VOTE! Un giornalista della rivista Chicago
descrisse Barack come uno stacanovista alto e affabile e sugger
che un giorno o l'altro avrebbe dovuto candidarsi a una
carica elettiva, un'idea che lui scart del tutto.
Ed ecco le cattive notizie: lo stacanovista alto e affabile che
avevo appena sposato non aveva rispettato il termine di consegna
del suo libro. Era stato talmente occupato a registrare
elettori che era riuscito a fornire solo un manoscritto incompleto.
Quando tornammo dalla California apprendemmo
che l'editore aveva rescisso il contratto facendo sapere a Barack,
tramite il suo agente letterario, che ora doveva restituire
l'anticipo di 40000 dollari gi incassato.
Se fu preso dal panico, non lo diede a vedere. Ero abbastanza
impegnata a familiarizzarmi col mio nuovo incarico che,
rispetto al precedente, mi costringeva a partecipare pi a
riunioni su questioni urbanistiche e meno a picnic di anziani.
Anche se i miei orari non erano paragonabili a quelli di un avvocato,
la sera ero stremata dalle dispute quotidiane del Comune,
meno interessata ad affrontare altri stress e pi disposta
a versarmi un bicchiere di vino, spegnere il cervello e guardare
la TV sul divano. Se la dedizione ossessiva di Barack a Project
VOTE! mi aveva insegnato qualcosa, era che preoccuparmi delle
sue preoccupazioni non mi aiutava, anche perch tendevo a
farmene travolgere ben pi di lui. Il caos mi metteva ansia,
mentre pareva che Barack ne fosse rinvigorito. Era come un
artista del circo a cui piace far girare i piatti in equilibrio sulle
aste: se rallentavano troppo, sapeva che doveva darci dentro di
pi. Mi stavo rendendo conto che era un superimpegnato superscrupoloso
seriale, che si buttava in nuovi progetti senza
considerare eventuali limiti di tempo ed energia. Per esempio,
aveva accettato di entrare a far parte del consiglio di amministrazione
di un paio di societ non profit e, contemporaneamente,
un incarico all'Universit di Chicago per un
insegnamento part-time nel semestre successivo, pur avendo
l'intenzione di lavorare a tempo pieno nello studio legale.
E poi c'era il libro. L'agente era sicuro di poter rivendere
l'idea ad un altro editore, ma Barack avrebbe dovuto portare
a termine rapidamente una stesura. Visto che l'attivit di insegnante
doveva ancora iniziare e che aveva ottenuto la benedizione
dello studio legale, ormai da un anno in attesa che
cominciasse a esercitare la professione da loro a tempo pieno,
escogit una soluzione che faceva perfettamente al caso suo:
avrebbe scritto il libro in isolamento, lontano dalle distrazioni
quotidiane; avrebbe affittato un piccolo bungalow da qualche
parte e si sarebbe messo al lavoro a testa bassa. Era l'equivalente
della tirata notturna per finire una relazione al college,
solo che Barack calcolava che per completare il libro ci sarebbero
voluti pi o meno un paio di mesi. Tutte queste cose me
le rifer una sera a casa, circa sei settimane dopo il nostro matrimonio.
Prima di aggiungere con delicatezza un'ultima informazione:
sua madre gli aveva trovato il bungalow perfetto.
In realt glielo aveva anche gi affittato. Era economico, tranquillo
e sulla spiaggia. A Sanur, Bali, Indonesia. Pi o meno
quindicimila chilometri lontano da me.
Sembra un po' una barzelletta che non fa ridere, vero?
Che cosa succede quando un individualista amante della solitudine
sposa una donna estroversa che ama la famiglia e
aborre la solitudine?
La risposta, credo,  probabilmente la migliore e la pi utile
che si pu dare a quasi ogni domanda che sorge all'interno
di un matrimonio, non importa chi siate o di che cosa si
stia discutendo: un modo per adattarsi lo si trova. Se avete
deciso che  per sempre, non c' davvero altra scelta.
Questo per dire che, all'inizio del 1993, Barack vol a Bali
dove trascorse cinque settimane da solo con i suoi pensieri
mentre lavorava al libro I sogni di mio padre. Riempiva taccuini
dalle pagine gialle con la sua grafia pignola, raccoglieva le
idee durante languide passeggiate tra le palme da cocco e la
marea che lambiva la spiaggia. Io, nel frattempo, ero a casa,
in Euclid Avenue, continuavo a vivere al piano alto sopra mia
madre, mentre un altro tetro inverno calava su Chicago e il
ghiaccio rendeva gli alberi e i marciapiedi lucidi come gommalacca.
Mi tenevo occupata vedendo amici e andando in
palestra la sera. Quando parlavo con le persone in ufficio e
in giro per la citt mi sorprendevo a pronunciare questa strana
nuova parola: mio marito. Io e mio marito speriamo di comprare
casa. Mio marito  uno scrittore e sta finendo un libro. Non
ci ero abituata, ma era molto piacevole ed evocava ricordi di
un uomo che, semplicemente, non c'era. Barack mi mancava
terribilmente, ma razionalizzavo la situazione come potevo.
Capivo che, anche se non era l'ideale per una coppia appena
sposata, quell'interludio era probabilmente a fin di bene.
Aveva preso quel brogliaccio di libro non finito e se n'era
andato lontano per sfidarlo a duello. Poteva anche essere
considerato un atto di gentilezza nei miei confronti, un tentativo
di tenere il caos fuori dalla mia vita. Dovevo ricordare
a me stessa che avevo sposato una persona fuori dagli schemi.
Stava affrontando il problema nel modo secondo lui pi sensato
ed efficace possibile, anche se dall'esterno quella fuga
appariva come una semplice vacanza, una luna di miele con
se stesso (non potevo fare a meno di pensarlo, nei momenti
in cui mi sentivo pi sola) dopo quella trascorsa con me.
You and I, you and I, you and I. Stavamo imparando ad adattarci,
a saldarci dando vita ad una nuova forma stabile di noi
destinata a durare per sempre. Anche se eravamo le stesse
due persone di sempre, la stessa coppia che eravamo stati per
anni, adesso avevamo identit con cui convivere. Lui era mio
marito. Io ero sua moglie. L'avevamo detto a voce alta in
chiesa, a noi stessi e al mondo. Era come se fossimo in debito
l'uno nei confronti dell'altra.
Per molte donne, me inclusa, moglie  una parola insidiosa.
Porta il peso della storia. Chi, come me,  cresciuto
negli anni Sessanta e Settanta, si raffigurava le mogli come
certe donne bianche protagoniste delle sit-com televisive:
allegre, ben pettinate, con i vestiti sempre in ordine. Restavano
a casa, circondavano di attenzioni i figli e avevano la cena
pronta sui fornelli. A volte si versavano un bicchierino di
sherry o flirtavano con un venditore di aspirapolveri, ma
l'emozione pareva finire l. La cosa paradossale, naturalmente,
era che io guardavo questi spettacoli nel soggiorno di casa
nostra in Euclid Avenue mentre la mia mamma casalinga
preparava la cena senza lamentarsi e il mio pap perbene
rientrava da una giornata di lavoro. L'organizzazione della
nostra famiglia era tradizionale come quella delle serie che
vedevamo in TV. Infatti, a volte Barack mi prende in giro dicendo
che la mia formazione  stata la versione nera del Carissimo
Billy, con i Robinson del South Side giudiziosi e con
la faccia pulita come la famiglia Cleaver di Mayfield - anche
se noi, ovviamente, eravamo la versione povera, in cui la divisa
blu da operaio del Comune di mio padre faceva le veci
del completo elegante del signor Cleaver. Barack fa questo
paragone con una punta d'invidia, perch ha avuto un'infanzia
molto diversa, ma per lui  anche un modo per respingere
il radicato stereotipo che gli afroamericani crescano con
i genitori separati o divorziati, che le nostre famiglie siano
incapaci di vivere lo stesso sogno di stabilit da ceto medio
dei nostri vicini bianchi.
Da bambina, personalmente preferivo Mary Tyler Moore, da
cui ero affascinata. Mary aveva un lavoro, un guardaroba alla
moda e bellissimi capelli. Era indipendente e spiritosa e i suoi
problemi, diversamente da quelli delle altre signore della TV,
erano interessanti. Le sue conversazioni non ruotavano attorno
ai bambini o alla casa. Non si faceva dare ordini da Lou
Grant e non era fissata col bisogno di trovare un marito. Era
giovane ed allo stesso tempo adulta. Nel panorama pre-pre-pre-Internet,
quando si vedeva il mondo quasi esclusivamente attraverso
i programmi confezionati da tre canali televisivi,
queste cose erano importanti. Per una ragazza dotata di cervello
e con la nascente consapevolezza di voler diventare qualcosa
di pi di una moglie, Mary Tyler Moore era una dea.
Ed eccomi l, ora, a ventinove anni, nello stesso appartamento
dove avevo guardato tutte quelle serie TV e consumato
tutti i pasti preparati dalla paziente ed altruista Marian Robinson.
Ero ricca: avevo una buona istruzione, una sana ed equilibrata
visione di me stessa, un arsenale di ambizioni, ed ero
abbastanza saggia da attribuire soprattutto a mia madre il merito
di avermi instillato tutto ci. Mi aveva insegnato lei a leggere
prima che andassi all'asilo, aiutandomi a pronunciare le
parole quando sedevo raggomitolata come un gattino sulle
sue ginocchia, con una copia di Dick e Jane presa a prestito in
biblioteca. Cucinava per noi con attenzione, mettendoci nel
piatto broccoletti e cavolini di Bruxelles e pretendendo che
li mangiassimo. Aveva cucito il mio vestito per il ballo di fine
anno, sant'Iddio! Il punto era che aveva dato diligentemente,
e aveva dato tutto. La famiglia era stata tutta la sua vita. Ero
ormai abbastanza grande per capire che tutte le ore che aveva
dedicato a me e Craig le aveva sottratte a se stessa.
I considerevoli doni che avevo ricevuto in sorte mi causavano
una specie di colpo di frusta psichico. Ero stata educata
ad avere fiducia in me stessa e a non pormi limiti, a credere
che avrei potuto perseguire e raggiungere qualsiasi obiettivo
mi fossi prefssa. Come avrebbe detto Suzanne: perch no?
Volevo vivere con l'entusiasmo spensierato della donna indipendente
in carriera di Mary Tyler Moore e, allo stesso
tempo, gravitavo verso la normalit rassicurante del mnage
di moglie e madre, fatto di sacrificio di s e apparente monotonia.
Volevo avere una vita professionale ed una vita domestica,
ma con la promessa che l'una non avrebbe mai
schiacciato l'altra. Speravo di essere esattamente come mia
madre ed allo stesso tempo di non assomigliarle affatto. Era
una sensazione strana e sconcertante su cui riflettere. Potevo
avere tutto? L'avrei avuto? Non ne avevo idea.
Nel frattempo, Barack era tornato da Bali abbronzato e
con una borsa piena zeppa di blocchi per gli appunti: aveva
tramutato il suo isolamento in una vittoria letteraria. Il libro
era praticamente finito. Nel giro di alcuni mesi, il suo agente
l'aveva rivenduto a una nuova casa editrice pagando il suo
debito e definendo il calendario di pubblicazione. Ma per
me la cosa pi importante era che, nel giro di poche ore, eravamo
tornati al ritmo sereno della nostra vita di novelli sposi.
Barack era a casa, aveva chiuso con la solitudine, era approdato
nel mio mondo. Mio marito. Rideva delle mie battute,
voleva sapere delle mie giornate, la sera mi dava il bacio della
buonanotte.
I mesi passavano e noi cucinavamo, lavoravamo, ridevamo
e facevamo progetti. Pi tardi, quella primavera, avevamo rimesso
in sesto la nostra situazione finanziaria abbastanza da
poter comprare casa, trasferendoci dal 7436 di South Euclid
Avenue a Hyde Park, in un appartamento molto carino dove
le stanze davano su un corridoio che attraversava la casa in
tutta la sua lunghezza. Aveva il parquet e un caminetto. Era
un nuovo trampolino di lancio per la nostra vita a due. Incoraggiata
da Barack, mi assunsi un altro rischio e cambiai nuovamente
lavoro. Lasciai Valerie e Susan al Comune per
cimentarmi nel genere di attivit non profit che mi aveva sempre
incuriosito, in un ruolo direttivo che mi avrebbe dato l'opportunit
di una crescita professionale. C'erano ancora molte
cose che non avevo stabilito riguardo alla mia vita - l'enigma
di come essere allo stesso tempo una Mary e una Marian era
ancora irrisolto - ma, per il momento, tutte queste domande
scivolavano ai margini della mia mente, senza risposta. Le preoccupazioni
potevano aspettare, pensavo, perch noi eravamo
una cosa sola, ora, ed eravamo felici. E la felicit sembrava il
punto da cui partire per arrivare ovunque.
...
13.

Il mio nuovo lavoro mi rendeva nervosa. Ero stata assunta
come direttore esecutivo per la nuovissima sezione di Chicago
di un'organizzazione chiamata Public Allies, anch'essa sostanzialmente
nuova di zecca. Era una sorta di start-up all'interno
di una start-up, in un campo in cui non avevo alcuna esperienza
professionale da offrire. Public Allies era stata fondata soltanto
l'anno prima a Washington a partire da un progetto di
Vanessa Kirsch e Katrina Browne, entrambe appena uscite dal
college. La loro intenzione era di aiutare le persone a trovare
la loro strada in carriere del settore pubblico e non profit.
Barack le aveva conosciute a una conferenza, era diventato membro
del consiglio di amministrazione della societ e infine
aveva fatto il mio nome per quel lavoro.
Il modello era simile a quello di Teach for America, un'organizzazione
ancora relativamente nuova all'epoca. Public
Allies reclutava giovani di talento, offriva loro un training intensivo
e un tutoraggio ad personam e li inseriva per un tirocinio
di dieci mesi all'interno di organizzazioni comunitarie
ed enti pubblici, con la speranza che crescessero portando
poi il loro contributo. L'obiettivo finale era che queste opportunit
dessero ai giovani reclutati - li chiamavamo Allies,
alleati - sia l'esperienza sia la motivazione per continuare a
lavorare nel settore non profit o in quello pubblico negli anni
a venire, favorendo cos la formazione di una nuova generazione
di leader di comunit.
Su di me, l'idea ebbe un forte impatto. Ricordavo ancora
come l'ultimo anno, a Princeton, moltissimi di noi si erano
precipitati a sostenere i test di ammissione a Medicina e a
Legge o si erano vestiti eleganti per i colloqui con le aziende,
senza dedicare neanche un pensiero e senza rendersi conto
(almeno nel mio caso) che esisteva la possibilit di scegliere
tra moltissime professioni pi orientate al sociale. Public Allies
voleva essere un correttivo rispetto a questa situazione,
un mezzo per ampliare l'orizzonte dei giovani che stavano
progettando il loro futuro. L'aspetto che mi piaceva di pi,
tuttavia, era che le fondatrici non erano tanto interessate a
far approdare nelle comunit urbane laureati della Ivy League,
quanto a scoprire e coltivare i talenti che gi si trovavano
l. Non era necessaria una laurea per diventare un Ally. Bastava
un diploma di scuola superiore, avere pi di diciassette
anni e meno di trenta e aver dato prova di capacit di leadership,
anche senza averle utilizzate fino a quel momento.
Public Allies si concentrava sulle promesse: scoprirle, alimentarle
e metterle a frutto. La sua missione era trovare giovani
le cui migliori qualit sarebbero altrimenti rimaste
inutilizzate e dar loro la chance di fare qualcosa di importante.
Era un lavoro che sembrava tagliato su di me. Dopo
aver a lungo contemplato malinconicamente il South Side
dalla mia finestra al quarantaseiesimo piano, da Sidley, ecco
finalmente un'occasione per mettere a frutto ci che conoscevo
bene. Avevo la consapevolezza di quante promesse latenti
ancora da scoprire c'erano in quartieri come il mio, ed
ero sicura di sapere come scoprirle.
Mentre riflettevo sul mio nuovo lavoro, tornavo spesso con
la mente all'infanzia e, in particolare, al mese o poco pi trascorso
in quel pandemonio di matite volanti della seconda elementare
alla Bryn Mawr, prima che mia madre intervenisse e
riuscisse a tirarmene fuori. Allora avevo provato soltanto sollievo
per la mia buona sorte. Ma poich tutta la mia fortuna
nella vita sembrava aver registrato un'impennata proprio a
partire da quella circostanza, avevo cominciato a pensare alla
ventina di bambini abbandonati in quella classe, con una maestra
demotivata a cui non importava nulla di loro. Sapevo di
non essere pi intelligente di nessuno dei miei compagni. Avevo
un solo vantaggio: che una persona si era adoperata per
me. Ci pensavo ancora pi spesso, adesso che ero adulta,
specialmente quando la gente si congratulava per i miei risultati,
come se in tutto ci non ci fosse una strana e crudele casualit.
Sebbene non fosse colpa loro, quei bambini di seconda elementare
avevano perso un anno di apprendimento. Ormai
avevo abbastanza esperienza per capire come anche i piccoli
svantaggi possano produrre effetti negativi a dismisura.
A Washington, le fondatrici di Public Allies avevano messo
insieme una classe campione di quindici Allies che lavoravano
in diverse organizzazioni sparse nella citt. Avevano anche
raccolto denaro a sufficienza per aprire una sezione a Chicago,
diventando una delle prime organizzazioni a ricevere
finanziamenti statali grazie al programma di assistenza AmeriCorps
creato sotto la presidenza Clinton.  l che entrai in
gioco io, con un entusiasmo pari alla preoccupazione. Quando
negoziai i termini dell'assunzione, tuttavia, scoprii
inaspettatamente una caratteristica del lavoro non profit che
forse avrebbe dovuto essere evidente:  pagato malissimo.
All'inizio mi offrirono uno stipendio cos basso, talmente al di
sotto di quanto prendevo in Comune (che gi era la met di
quello che guadagnavo come avvocato) da non potermi letteralmente
permettere di accettare. A questa rivelazione ne
segu un'altra riguardante molte delle persone generose ed
appassionate attive nel settore non profit, specialmente nelle
start-up di giovani come Public Allies: la loro virt nasceva
dal privilegio, o perch non avevano prestiti universitari da
ripagare o perch, magari, avrebbero un giorno ereditato un
patrimonio e non dovevano preoccuparsi di risparmiare per
il futuro. E quindi, diversamente da me, quel lavoro potevano
permetterselo.
Fu chiaro che, se volevo far parte del gruppo, avrei dovuto
negoziare la mia entrata chiedendo esattamente lo stipendio
di cui avevo bisogno, che era un bel po' pi alto di quello
che Public Allies era disposta a pagare. Ma la mia realt era
quella. Non potevo essere timida o imbarazzata per il fatto
di avere esigenze. Oltre alle spese correnti, dovevo ancora
pagare circa 600 dollari al mese per saldare il prestito universitario
ed ero sposata con un uomo nelle mie stesse condizioni.
Le responsabili dell'organizzazione restarono quasi
incredule quando le informai di quanto denaro avevo dovuto
chiedere in prestito per portare a termine i miei studi e della
cifra che ero tenuta a versare mensilmente per restituirlo,
ma si diedero coraggiosamente da fare e raccolsero nuovi finanziamenti
che mi permisero di salire a bordo.
Ero pronta per iniziare, desiderosa di ripagare l'opportunit
che mi era stata concessa. Era la mia prima occasione in
assoluto di costruire qualcosa dal nulla: il successo od il fallimento
sarebbero dipesi quasi interamente dai miei sforzi,
non da quelli del mio capo n di chiunque altro. Trascorsi
la primavera del 1993 lavorando come una matta per organizzare
un ufficio e assumere una piccola squadra con
l'obiettivo di avviare un corso di Allies in autunno. Trovammo
uno spazio poco costoso in un palazzo di Michigan Avenue
e riuscimmo a procurarci sedie e tavoli di seconda mano
donati da una societ di consulenza privata che stava cambiando
l'arredamento degli uffici.
Nel frattempo misi in moto pi o meno tutti i contatti miei
e di Barack a Chicago, alla ricerca di finanziatori e di persone
che avrebbero potuto aiutarci a ottenere un sostegno a lungo
termine, per non parlare di quelle attive nel settore pubblico
disposte a ospitare un Ally nella loro organizzazione per l'anno
seguente. Valerie Jarrett mi aiut a collocare alcuni giovani
nell'ufficio del sindaco e nell'assessorato per la Salute
pubblica, dove avrebbero lavorato all'interno di un progetto
di vaccinazione infantile a livello di quartiere. Barack attiv
la sua rete di relazioni con i coordinatori di comunit per
metterci in contatto con persone e gruppi che si occupavano
di patrocinio gratito, advocacy e insegnamento. Un mio ex
collega all'ufficio del sindaco accett di entrare a far parte
del mio comitato consultivo. Diversi partner di Sidley staccarono
assegni e mi presentarono a finanziatori chiave.
La parte pi entusiasmante era trovare gli Allies. Con l'aiuto
dell'organizzazione nazionale facevamo pubblicit per trovare
candidati nei campus dei college e anche talenti pi
vicini a noi. Io e la mia squadra visitammo i junior college e
alcuni dei grandi istituti scolastici urbani nei dintorni di Chicago.
Bussammo alle porte delle case popolari del complesso
Cabrini-Green, presenziammo alle riunioni delle comunit
e facemmo propaganda di programmi specifici per madri
single. Chiedevamo a tutti quelli che incontravamo - dai pastori
ai professori, al direttore del McDonald's di quartiere -
di segnalarci i giovani pi interessanti che conoscevano. Chi
erano i leader? Chi era pronto a tentare un'impresa pi grande
di ci che aveva fatto fino ad allora? Erano queste le persone
che volevamo incoraggiare a candidarsi, spingendole a
dimenticare per un istante gli ostacoli che normalmente rendevano
impossibile realizzare le loro aspirazioni e promettendo
che noi, come organizzazione, avremmo fatto quanto
potevamo - si trattasse di fornire l'abbonamento dell'autobus
o i soldi per pagare una baby-sitter - per venire incontro
ai loro bisogni.
In autunno avevamo un gruppo di ventisette Allies che lavoravano
sparsi in tutta Chicago, impegnati in stage ovunque,
dal Comune a un ente di assistenza nel South Side, alla
Latino Youth, una scuola superiore alternativa a Pilsen. Gli
Allies nel complesso erano un gruppo eclettico, vivace, pieno
di ideali e di aspirazioni. Provenivano da ambienti diversi:
c'erano un ex membro di una gang, una donna ispanica cresciuta
nella parte sudoccidentale di Chicago e che aveva studiato
ad Harvard, una ragazza poco pi che ventenne che
abitava nelle Robert Taylor Homes, un complesso di case popolari,
aveva un bambino piccolo e intanto cercava di risparmiare
per il college, un ventiseienne del Grand Boulevard,
quartiere a maggioranza afroamericana, che aveva abbandonato
le superiori ma aveva continuato a studiare da autodidatta
sui libri della biblioteca e, tornato a scuola, aveva
ottenuto il diploma.
Ogni venerd ci riunivamo negli uffici di uno degli enti
che ci ospitavano e passavamo la giornata a scambiarci relazioni
ed esperienze ed a partecipare a laboratori di formazione
professionale. Era la cosa che mi piaceva di pi. Mi
piaceva il rumore nella stanza quando gli Allies entravano in
massa, abbandonavano gli zaini in un angolo, si toglievano
strati su strati di indumenti invernali e si sedevano in cerchio.
Mi piaceva aiutarli a risolvere i loro problemi, si trattasse di
imparare a usare Excel, capire come vestirsi per andare in
ufficio o trovare il coraggio di esprimere le proprie idee in
una stanza piena di persone pi istruite e pi sicure di s. A
volte mi toccava rimproverarli. Se venivo a sapere che arrivavano
tardi al lavoro o non prendevano sul serio i loro compiti,
li ammonivo con severit che ci aspettavamo di meglio.
Quando erano delusi da riunioni male organizzate o dai problemi
creati da alcuni clienti delle loro agenzie, consigliavo
di mantenere la calma e ricordavo loro che dovevano considerarsi
comunque fortunati.
Soprattutto, festeggiavamo ogni piccolo passo in avanti che
compivano nello studio od in generale nel loro percorso. E ce
n'erano molti. Non tutti avrebbero continuato a lavorare in
un'organizzazione non profit o nel settore pubblico e non
tutti sarebbero riusciti a superare gli ostacoli dovuti all'ambiente
da cui provenivano, ma nel corso del tempo mi sono
stupita del numero delle nostre reclute che ce l'hanno fatta
e si sono impegnate per anni al servizio della comunit e del
bene pubblico. Alcuni sono entrati a far parte dello staff di
Public Allies; altri ricoprono ora posizioni direttive in agenzie
governative ed all'interno di importanti organizzazioni non
profit. A venticinque anni dalla fondazione, Public Allies 
ancora un'iniziativa di successo, ha sezioni a Chicago e in
una ventina di altre citt e sono migliaia in tutto il Paese le
persone impegnate nel suo programma. Sapere di aver avuto
un piccolo ruolo in quest'avventura e di aver contribuito a
creare una realt duratura  una delle sensazioni pi gratificanti
che ho provato nella mia vita professionale.
Mi presi cura di Public Allies con lo stesso orgoglio di un
neogenitore spossato. Andavo a dormire ogni sera pensando
a quello che bisognava ancora fare ed aprivo gli occhi ogni
mattina avendo gi in mente la lista giornaliera, settimanale
e mensile delle attivit da spuntare. Dopo aver portato a termine
il primo corso di ventisette Allies in primavera, in autunno
ne avviammo un secondo, questa volta di quaranta, e
da l continuammo a crescere. Col senno di poi, penso sia
stato il miglior lavoro che abbia mai avuto, per la sensazione
di ebbrezza che mi dava e perch anche la pi piccola vittoria
andava guadagnata fino in fondo, si trattasse di trovare una
buona collocazione per un madrelingua spagnolo o di aiutare
qualcuno a superare la paura di lavorare in un quartiere
poco familiare.
Per la prima volta sentivo di fare qualcosa che aveva un riscontro
immediato, un impatto diretto sulla vita degli altri,
e che nello stesso tempo rafforzava il legame con la mia citt
e la mia cultura. Mi permetteva anche di capire meglio cosa
provava Barack quando era coordinatore di comunit o durante
l'esperienza di Project VOTE!, e non poteva sottrarsi al
fascino delle battaglie in salita, l'unico genere di battaglie
che amava e avrebbe sempre amato: sai che la lotta ti prosciugher,
ma allo stesso tempo ti dar tutto ci di cui avrai
bisogno.
Mentre io ero concentrata su Public Allies, Barack si era
adattato a quello che, almeno per i suoi standard, era un periodo
di relativa routine. Teneva un corso su razzismo e diritto
alla Law School dell'Universit di Chicago e lavorava
nello studio legale, quasi esclusivamente a casi che avevano
a che fare con i diritti elettorali e la discriminazione sul lavoro.
Di tanto in tanto organizzava anche laboratori per coordinatori
di comunit e gestiva un paio di sedute del venerd
con il mio gruppo della Public Allies. Vista dall'esterno, sembrava
l'esistenza perfetta per un giovane intellettuale sui
trent'anni, orientato all'impegno civile, che in nome dei suoi
princpi aveva rifiutato un buon numero di proposte pi prestigiose
ed economicamente vantaggiose. Dal mio punto di
vista, ce l'aveva fatta. Aveva trovato il giusto equilibrio. Era
un avvocato, un insegnante ed anche un coordinatore. E
sarebbe presto diventato ufficialmente uno scrittore.
Al ritorno da Bali, Barack aveva dedicato pi di un anno
alla seconda stesura del suo libro, nelle ore in cui non era
impegnato in uno dei suoi lavori. Scriveva la sera tardi in una
stanzetta che avevamo convertito in studio sul retro del nostro
appartamento, un bunker stretto e disseminato di libri
che chiamavo affettuosamente il Buco. A volte entravo,
scavalcando le pile di carte, per sedermi sull'ottomana davanti
alla sua sedia, e cercavo di catturare la sua attenzione con
una battuta o un sorriso per riportarlo alla realt dalle praterie
lontane in cui galoppava la sua mente. Le mie intrusioni
lo mettevano di buonumore, ma solo se non mi fermavo
troppo a lungo.
Ormai sapevo che Barack  il genere di persona che ha bisogno
di un buco, di una piccola tana isolata in cui leggere
e scrivere indisturbato. Per lui, entrare l dentro  come spalancare
un boccaporto sui vasti cieli dei suoi pensieri. Il tempo
che ci passa pare ricaricarlo. In nome di questa sua
necessit siamo riusciti a creare una versione del Buco in
ogni casa in cui abbiamo vissuto: basta un angolo tranquillo,
magari dietro un tramezzo. Ancora oggi, ogni volta che arriviamo
in una casa affittata alle Hawaii o a Martha's Vineyard,
Barack parte alla ricerca di una stanza vuota che possa diventare
il suo Buco per la vacanza. L pu saltabeccare tra i sei o
sette libri che legge contemporaneamente e sbattere sul pavimento
i giornali. Per lui, il Buco  una sorta di luogo consacrato
dove nascono le intuizioni e viene a visitarlo la
chiarezza. Per me  un posto di una confusione scoraggiante.
Un requisito essenziale del Buco  che, ovunque si trovi, abbia
una porta, in modo che io possa chiuderlo. Per ovvie
nragioni.
I sogni di mio padre fu pubblicato, finalmente, nell'estate del
1995. Ottenne buone recensioni ed ebbe vendite modeste,
ma andava bene cos. La cosa importante era che Barack fosse
riuscito ad analizzare la storia della sua vita riunendo i pezzi
di un'identit plasmata dall'Africa, dal Kansas, dall'Indonesia,
dalle Hawaii e da Chicago, e avesse raggiunto attraverso la
scrittura una sorta di completezza. Ero orgogliosa di lui. La
narrazione gli aveva consentito di fare pace, una specie di pace
letteraria, con il padre fantasma. Il lavoro per arrivare fin
l era stato a senso unico, ovviamente, perch solo Barack poteva
provare a riempire ogni vuoto o decifrare ogni mistero
di Obama Sr. Ma questo era in armonia con il modo in cui si
era sempre comportato. Fin da quando era un ragazzino, me
ne resi conto, aveva cercato di fare tutto da solo.
Ora che il libro era finito, c'era di nuovo dello spazio libero
nella sua vita e - come era tipico di lui - Barack si sentiva
spinto a riempirlo immediatamente. Sul versante personale
stava affrontando un brutto periodo: sua madre, Ann, aveva
scoperto di avere un tumore alle ovaie e si era trasferita da
Giacarta a Honolulu per curarsi. Per quanto ne sapevamo,
era in buone mani e la chemioterapia stava facendo effetto.
Alle Hawaii la assistevano Maya e Toot e Barack telefonava
spesso per informarsi sulle sue condizioni. Ma la diagnosi era
arrivata tardi, quando il tumore era gi in uno stadio avanzato,
ed era difficile capire come sarebbe andata a finire.
Sapevo che questa era per lui una preoccupazione enorme.
A Chicago, nel frattempo, il chiacchiericcio politico stava
di nuovo per scatenarsi. Il sindaco Daley era stato eletto per
un terzo mandato nella primavera del 1995 ed ora tutti si stavano
preparando per le elezioni del 1996, in cui l'Illinois
avrebbe scelto un nuovo rappresentante per il Senato federale
e il presidente Clinton avrebbe puntato alla rielezione.
E c'era uno scandalo in corso: un deputato del Congresso
era indagato per reati sessuali e di conseguenza si sarebbe liberato
un posto per un altro candidato democratico nel secondo
distretto dello Stato, che comprendeva buona parte
del South Side di Chicago. Alice Palmer, che al Senato statale
dell'Illinois rappresentava Hyde Park e South Shore e che
Barack aveva conosciuto mentre lavorava a Project VOTE!,
aveva comunicato in privato la sua intenzione di candidarsi
alle primarie democratiche per il posto alla Camera dei rappresentanti.
Di conseguenza, si sarebbe reso vacante il suo
seggio al Senato statale. Per il quale avrebbe potuto candidarsi
Barack.
Era interessato? Si sarebbe candidato?
Allora non potevo saperlo, ma queste domande avrebbero
dominato i successivi dieci anni della nostra vita, come un
rullo di tamburi in sottofondo a quasi tutto quello che facevamo.
Lo farebbe? Potrebbe farlo? Lo far? Dovrebbe farlo? Ma, prima,
veniva sempre un'altra domanda, che poneva Barack
stesso quando si trattava di candidarsi per qualsiasi carica. La
prima volta che accadde fu il giorno in cui mi raccont delle
intenzioni di Alice Palmer, del seggio vacante e della sua idea
che forse poteva essere non solo un avvocato/professore/
coordinatore/autore, cio poteva essere tutte queste cose insieme
ed anche un legislatore dello Stato: Che ne pensi,
Miche?.
Per me, in realt, non era una domanda a cui fosse cos
difficile rispondere. Ero convinta che per Barack non fosse
una buona idea candidarsi. Il mio ragionamento forse variava
leggermente di volta in volta, ma restavo ferma sulla mia
posizione di fondo, come una sequoia con le radici ben piantate
nel terreno. D'altra parte, vi sar pi che evidente ormai
che la mia risposta non serv a fermarlo.
Nel caso del Senato dell'Illinois, nel 1996, la mia argomentazione
fu la seguente: non mi piacevano molto i politici, e
dunque non mi entusiasmava l'idea che mio marito potesse
diventare uno di loro. Quasi tutto quello che conoscevo della
politica a livello statale l'avevo appreso dai giornali e non
c'era nulla di buono o produttivo. Per via della mia amicizia
con Santita Jackson, sapevo bene che i politici devono spesso
restare lontani da casa. In generale, mi apparivano come tartarughe
con la pelle coriacea, lenti a muoversi e interessati
solo al proprio tornaconto. Barack, secondo me, era troppo
serio, aveva progetti troppo nobili per tollerare il cupo e sordo
rancore che appesantiva l'atmosfera sotto la cupola del
Campidoglio di Springfield.
In cuor mio, pensavo semplicemente che per una brava
persona c'erano altri modi per lasciare un segno. In tutta
onest, pensavo che l'avrebbero mangiato vivo.
Tuttavia, sul fondo della mia coscienza affiorava gi un argomento
contrario. Se Barack credeva di poter fare qualcosa
in politica, chi ero io per mettergli i bastoni fra le ruote? Chi
ero io per calpestare la sua idea prima ancora che ci avesse
provato? Dopotutto, era stato lui l'unico a spronarmi ad andare
avanti quando volevo abbandonare la mia carriera di
avvocato, lui, che pure aveva i suoi dubbi, a sostenermi al momento
di decidere se accettare un posto nell'amministrazione
comunale, lui che, in quello stesso momento, svolgeva pi
di un lavoro anche per compensare la riduzione di stipendio
che avevo accettato pur di diventare una benefattrice a tempo
pieno da Public Allies. In sei anni di vita insieme non aveva
dubitato una sola volta del mio istinto o delle mie capacit.
Il ritornello era sempre lo stesso: Non preoccuparti. Puoi farcela.
Troveremo un modo.
E cos diedi la mia approvazione alla sua prima candidatura,
condendola giusto un pizzico con un avvertimento da moglie.
Credo che rimarrai deluso, gli dissi. Se sarai eletto,
dovrai andare laggi e non riuscirai a combinare niente,
indipendentemente dall'impegno che ci metterai. Diventerai
matto.
Forse, disse Barack alzando divertito le spalle. Ma forse
posso fare qualcosa di buono. Chi lo sa?
Vero, risposi alzando anch'io le spalle. Non era mio compito
sabotare il suo ottimismo. Chi lo sa?
Non sar una novit per nessuno, ma mio marito divent
davvero un politico. Era una brava persona che voleva lasciare
un segno nel mondo e, a dispetto del mio scetticismo,
decise che quello era il modo migliore per farlo. Tale  la
natura della sua fede.
Barack fu eletto al Senato dell'Illinois nel novembre del
1996 e giur due mesi dopo, all'inizio dell'anno seguente.
Con mia grande sorpresa, seguire la campagna elettorale mi
era piaciuto. Avevo aiutato a raccogliere le firme per presentare
la candidatura bussando il sabato alle porte del mio vecchio
quartiere, ascoltando quello che sullo Stato e il suo
governo avevano da dire i residenti, e tutti i problemi che secondo
loro si dovevano risolvere. Mi ricordava i fine settimana
trascorsi ad accompagnare mio padre che saliva gli scalini
delle verande mentre faceva il suo dovere di rappresentante
di circoscrizione. A parte questo, non servivo molto e mi andava
benissimo. Potevo considerare la campagna elettorale
un hobby a cui dedicarmi quando mi conveniva, per divertirmi
un po' e poi tornare al mio lavoro.
La madre di Barack non ce l'aveva fatta: era morta ad Honolulu
poco dopo l'annuncio della sua candidatura. Il suo
declino era stato talmente rapido che Barack non era riuscito
ad andare a dirle addio. Questo lo tormentava. Era stata Ann
Dunham a introdurlo alla ricchezza della letteratura e al potere
di un'argomentazione ben costruita. Senza di lei non
avrebbe conosciuto le piogge monsoniche a Giacarta n
avrebbe visto i templi sull'acqua a Bali. Avrebbe potuto non
imparare mai com'era facile ed emozionante saltare da un
continente all'altro, o andare alla scoperta di ci che non 
familiare. Sua madre era un'intrepida esploratrice, abituata
a seguire il proprio cuore. Ritrovavo il suo spirito in Barack,
nelle piccole come nelle grandi cose. Il dolore per la sua
scomparsa rest a lungo dentro di noi, come una lama conficcata
nella carne, accanto a quella che portavo in me dalla
morte di mio padre.
Adesso che era inverno e si era aperta la legislatura, eravamo
separati per buona parte della settimana. Il luned sera
Barack andava in auto a Springfield, a quattro ore da Chicago,
in un albergo economico dove alloggiavano molti altri
senatori, e di solito tornava a casa il gioved sera tardi. Aveva
un piccolo ufficio nel parlamento statale ed un assistente part-time
a Chicago. Aveva ridotto gradualmente il lavoro allo studio
legale, ma per riuscire a pagare le rate dei nostri debiti
aveva aggiunto altri corsi alla Law School, programmando le
lezioni nei giorni in cui non era a Springfield e insegnando
di pi quando il Senato non si riuniva. Se era a Springfield
ci telefonavamo tutte le sere, scambiandoci idee ed aneddoti
sulla giornata. Il venerd sera, a Chicago, uscivamo sempre e
dopo il lavoro ci davamo appuntamento da Zinfandel, un ristorante
del centro.
Ricordo quelle sere con nostalgia: le luci basse e calde del
ristorante, io che, come era prevedibile data la mia devozione
alla puntualit, ero sempre la prima ad arrivare... Aspettavo
Barack, e poich era la fine della settimana lavorativa e c'ero
abituata, non m'importava che fosse in ritardo. Sapevo che a
un certo punto sarebbe arrivato e avrei, come sempre, provato
un tuffo al cuore nel vederlo entrare e porgere il cappotto alla
cameriera prima di farsi strada fra i tavoli e sorridere non appena
il suo sguardo incontrava il mio. Mi baciava e poi si toglieva
la giacca e la appendeva allo schienale della sedia prima
di accomodarsi. Mio marito. La routine mi rassicurava. Ordinavamo
le stesse cose praticamente ogni venerd - stufato,
cavolini di Bruxelles e purea di patate - e quando arrivavano
mangiavamo tutto fino all'ultimo boccone.
Era un periodo d'oro per noi, per l'equilibrio del nostro
matrimonio, lui con i suoi obiettivi e io con i miei. A Springfield,
in una delle prime settimane al Senato, Barack aveva
presentato diciassette nuovi disegni di legge: era un record,
probabilmente, e di sicuro la misura della sua voglia di fare
subito qualcosa. Alcuni sarebbero passati, ma per la maggior
parte furono bocciati, sconfitti dalla partigianeria e dal cinismo
che i suoi nuovi colleghi spacciavano per concretezza,
in un Senato a maggioranza repubblicana. In quei primi mesi
scoprii che la politica, proprio come avevo previsto, sarebbe
stata una lotta, una lotta pesante, avrebbe implicato stalli
e tradimenti, affari sporchi e compromessi a volte dolorosi.
Capii anche, per, che Barack aveva visto giusto. Era stranamente
adatto alle mischie parlamentari: tranquillo in mezzo
al vortice, abituato al ruolo di outsider, accettava le sconftte
con la sua calma hawaiana. Non perdeva la speranza e insisteva,
convinto che qualcosa della sua visione, un giorno, in
un modo o nell'altro, sarebbe riuscito a prevalere. Le stava
gi prendendo di santa ragione, ma non gli importava. Sembrava
nato per quel mondo. Usciva ammaccato ma sempre
splendente, come una vecchia pentola di rame.
Anch'io ero nel bel mezzo di una transizione. Avevo accettato
un nuovo lavoro. Sorprendendo in parte anche me stessa,
avevo deciso di lasciare Public Allies, l'organizzazione che
avevo costruito e contribuito a far crescere con tanta cura.
Per tre anni le avevo dedicato tutta me stessa, facendomi carico
di compiti organizzativi grandi e piccoli, fino alla sostituzione
della carta nella fotocopiatrice. Ora che Public Allies
prosperava e aveva il futuro assicurato grazie a contributi pluriennali,
pubblici e privati, sentivo di potermi allontanare
senza rimorsi. E cos accadde che, nell'autunno del 1996,
spuntasse dal nulla una nuova opportunit. Art Sussman, il
consulente legale dell'Universit di Chicago che mi aveva ricevuta
alcuni anni prima, mi telefon per farmi sapere di
una nuova posizione appena creata nell'ateneo.
L'universit cercava un associate dean, un dirigente che si occupasse
dei rapporti con la comunit, impegnandosi a migliorare
l'integrazione del college con la citt, e specialmente con
il South Side, il quartiere in cui si trovava. Era previsto il varo
di un programma per mettere in contatto gli studenti con il
quartiere attraverso attivit di volontariato per la comunit.
Come il mio ruolo in Public Allies, anche questo nuovo lavoro
riguardava una realt che avevo vissuto di persona. Durante il
nostro precedente colloquio avevo gi spiegato ad Art che
l'Universit di Chicago mi era sempre sembrata meno accessibile
e meno interessata a me degli eleganti college della East
Coast che alla fine avevo frequentato, un posto che voltava le
spalle al quartiere. Trovavo entusiasmante, dunque, la possibilit
di abbattere quei muri divisori, per coinvolgere un numero
maggiore di studenti nella vita della citt e un numero
maggiore di cittadini nelle attivit dell'ateneo.
Entusiasmo a parte, all'origine di questa transizione c'erano
alcuni motivi concreti. L'universit garantiva il genere di
stabilit istituzionale che un'organizzazione non profit ancora
agli albori non poteva offrire. Lo stipendio era migliore,
le ore di lavoro sarebbero state pi ragionevoli, e c'erano altre
persone incaricate di sistemare la carta nella fotocopiatrice
ed aggiustare la stampante laser quando si rompeva.
Avevo trentadue anni e cominciavo a essere pi attenta al tipo
di peso che ero disposta a portare. Nelle nostre serate da
Zinfandel, Barack e io continuavamo spesso la conversazione
che, in forme diverse, portavamo avanti ormai da anni, sul
segno che volevamo lasciare nel mondo, su come e dove
ognuno di noi due poteva fare la differenza, sul modo migliore
di ripartire il nostro tempo e le nostre energie.
Alcune delle antiche domande - chi ero e cosa volevo essere
nella vita - avevano ripreso ad affacciarsi alla mia mente.
Avevo accettato il nuovo lavoro perch volevo avere un po'
pi di tempo libero per noi, e anche perch i benefci della
copertura assicurativa sanitaria erano i migliori che avessi
mai avuto. E questo avrebbe finito per rivelarsi un punto importante.
Mentre io e Barack, seduti a un tavolo di Zinfandel,
ci stringevamo le mani alla luce delle candele in uno dei nostri
venerd sera, con i piatti dello stufato ripuliti e in attesa
del dolce, una grossa ombra si stendeva sulla nostra felicit.
Stavamo cercando di avere un bambino e le cose non andavano
bene.
A quanto pare, persino per due tipi intraprendenti, legati
da un amore profondo e con una robusta etica del lavoro decidere
di avere un bambino non basta. La fertilit non  qualcosa
che si conquista. Per quanto sia esasperante, non esiste
un rapporto diretto tra sforzo e risultato. Per me e Barack fu
una sorpresa e una delusione. Per quanto ci provassimo, non
riuscivo a rimanere incinta. Per un po' mi dissi che era solo
una questione di tempistica, la conseguenza dell'andirivieni
di Barack da Springfield. I nostri tentativi di procreare non
erano in funzione del calendario mensile dei miei ormoni
quanto piuttosto dell'agenda legislativa dell'Illinois. Su questo,
immaginavo, potevamo lavorare.
Ma non funzion nemmeno quando Barack si precipitava
sull'interstatale dopo una votazione a tarda sera e pigiava
sull'acceleratore per non mancare l'appuntamento con la
mia ovulazione, e nemmeno quando era a casa e disponibile
a tempo pieno durante la chiusura estiva del Senato. Dopo
molti anni passati a prendere precauzioni per non restare incinta,
adesso ero straordinariamente impegnata sul fronte opposto.
La vivevo come una missione. Una volta un test di
gravidanza risult positivo, dimenticammo le preoccupazioni
e andammo in estasi per la gioia, ma un paio di settimane dopo
ebbi un aborto che mi fece stare male fisicamente ed affoss
il nostro ottimismo. Quando vedevo le altre donne passeggiare
felici per strada con i loro bambini, avvertivo una fitta di
desiderio seguita da una dolorosa sensazione di inadeguatezza.
L'unica consolazione era che Barack e io vivevamo a un
solo isolato di distanza da Craig e sua moglie, che avevano
due bellissimi bambini, Leslie e Avery, e io potevo andare a
trovarli per giocare con loro e leggere loro delle storie.
Se dovessi aprire un dossier sulle cose che nessuno ti dice
finch non ti ci trovi in mezzo, potrei cominciare con gli aborti.
Un aborto  un'esperienza solitaria, dolorosa e demoralizzante
a livello quasi cellulare. Quando ti succede, tendi a
considerarlo un tuo fallimento personale, e invece non lo .
O una tragedia, e non  nemmeno quella, indipendentemente
da quanto sia devastante. Quello che nessuno ti dice  che
gli aborti cpitano di continuo, a pi donne di quante immaginiamo,
dato il relativo silenzio che li circonda. Me ne resi
conto solo dopo aver confidato a un paio di amiche di aver
abortito. Mi riempirono d'affetto, di sostegno e delle storie
dei loro aborti. Questo non pot cancellare il dolore, ma la
rivelazione delle loro battaglie serv a sostenermi durante la
mia, aiutandomi a capire che quello che avevo vissuto era solo
un normale disguido biologico, un uovo fecondato che, per
una ragione probabilmente validissima, aveva avuto bisogno
di svignarsela.
Una di queste amiche mi aveva anche indirizzato a un ginecologo
a cui si erano rivolti lei e il marito. Il medico prescrisse
a Barack e a me una serie di analisi e, quando ci
sedemmo nel suo studio, ci disse che gli esami non avevano
evidenziato alcun problema particolare in nessuno dei due.
Il mistero del perch non riuscivo a rimanere incinta sarebbe
rimasto tale. Il ginecologo mi sugger di assumere per un paio
di mesi del Clomid, un farmaco per stimolare l'ovulazione.
Quando anche questa strada fall, ci consigli di provare con
la fecondazione in vitro. Eravamo fortunatissimi perch l'assicurazione
sanitaria della mia universit avrebbe coperto la
maggior parte delle spese.
Mi sentivo come se avessi in mano un biglietto della lotteria
con un premio molto ricco, solo che c'entrava anche la
scienza. Al termine della fase medica preliminare, si era malauguratamente
aperta la sessione autunnale del Senato statale,
che aveva inghiottito il mio dolce e premuroso marito
lasciandomi sola a manipolare il mio sistema riproduttivo per
portarlo al massimo dell'efficienza. La tecnica prevedeva un
regime di iniezioni giornaliere per diverse settimane. Il programma
era che io assumessi prima un farmaco per inibire
le ovaie ed in sguito un altro per stimolarle, con l'idea che
avrebbero prodotto una cascata di ovuli vitali.
Tutta la fatica e l'incertezza legate a questo tentativo mi
mettevano in ansia, ma volevo un bambino. Era un bisogno
che provavo da sempre. Da piccola, quando mi ero stufata di
baciare la pelle di plastica delle mie bambole, avevo pregato
mia madre di fare un altro bambino, uno vero, solo per me.
Promisi che poi mi sarei occupata io di tutto. Visto che mia
madre faceva orecchie da mercante, setacciai il suo cassetto
della biancheria in cerca della scatola della pillola, immaginando
che se gliel'avessi confiscata, avrei magari ottenuto
qualche risultato. Non funzion, ovviamente, ma il punto era
che un bambino lo stavo aspettando da un sacco di tempo.
Volevo una famiglia, e la voleva anche Barack. E ora ero l, da
sola, nel bagno del nostro appartamento, cercando, in nome
di quel desiderio, di trovare il coraggio di infilarmi una siringa
nella coscia.
Fu allora, probabilmente, che avvertii un primo fremito di
risentimento nei confronti della politica e dell'incrollabile dedizione
al lavoro di Barack. O forse era solo la percezione del
fardello di essere donna. In ogni caso, lui non c'era e io ero
l, con tutto il peso della responsabilit. Sentivo gi che i sacrifici
sarebbero stati pi miei che suoi. Nelle settimane successive
lui avrebbe continuato a star dietro ai suoi impegni
mentre io avrei dovuto sottopormi a ecografie quotidiane per
monitorare i miei ovuli. A lui non avrebbero prelevato il sangue.
Non avrebbe dovuto annullare riunioni per farsi visitare
dal ginecologo. Era affettuoso e coinvolto, mio marito, faceva
quello che poteva. Leggeva tutta la letteratura sulla fecondazione
in vitro e me ne avrebbe parlato tutta la notte, ma l'unico
suo dovere concreto, adesso, era quello di presentarsi nello
studio del dottore e fornire un po' di sperma. E dopo, se credeva,
poteva andare a prendersi un Martini. Non era colpa
sua, certo, ma non era nemmeno equo, e per una donna che
vive con il mantra che l'uguaglianza  importante questo pu
essere piuttosto disorientante. Toccava a me rivoluzionare
ogni cosa, mettere in attesa le mie passioni e la mia carriera
per realizzare questa parte del nostro sogno. Mi trovai per un
momento a calcolare i pro e i contro. Lo volevo davvero? S,
tantissimo. E cos sollevai l'ago e lo affondai nella carne.
Circa otto settimane pi tardi, udii un suono che cancell
ogni traccia di risentimento: un battito frusciante, liquido,
rilevato dall'ecografo, che proveniva dalla calda cavit del
mio corpo. Aspettavamo un bambino. Sul serio. All'improvviso
la prospettiva della responsabilit e il relativo sacrificio
acquistarono un significato completamente diverso, come
quando un paesaggio si colora di nuove tonalit o si cambia
la disposizione dei mobili di una casa e tutto sembra finire
al posto giusto. Camminavo per strada con un segreto dentro
di me. Era il mio privilegio, il dono di essere donna. Mi sentivo
luminosa per la promessa che portavo in grembo.
Mi sarei sentita cos per tutta la gravidanza, persino quando
la stanchezza del primo trimestre mi prosciugava, il lavoro
m'impegnava e Barack continuava a fare le sue trasferte settimanali
nella capitale dell'Illinois. Avevamo le nostre vite
esteriori, ma ora stava accadendo qualcosa dentro di noi, stava
crescendo un bambino, anzi, una bambina. (Poich Barack
 un tipo concreto e io una pianificatrice, scoprirne il
sesso era obbligatorio). Non potevamo vederla, ma c'era e
aumentava in dimensioni e vigore mentre l'autunno volgeva
in inverno e poi diventava primavera. Il sentimento che provavo
prima - l'invidia per il fatto che Barack fosse risparmiato
da questo processo - si era completamente ribaltato. Ero io
il processo, indivisibile da quella minuscola vita che germogliava
e adesso spingeva con i gomiti e mi dava colpetti sulla
vescica con il tallone. Non ero mai sola, mai malinconica. Lei
era l, sempre, mentre andavo al lavoro o tagliavo le verdure
per l'insalata o ero distesa a letto la notte a leggere per la novecentesima
volta Che cosa aspettarsi quando si aspetta.
Le estati a Chicago per me sono speciali. Amo la luce fino
a sera, il Lago Michigan che si popola di barche a vela e il
caldo che fa quasi dimenticare le fatiche dell'inverno. Mi piace
che in estate la politica cominci a placarsi e la vita si disponga
di pi al divertimento.
Sebbene, in realt, non avessimo avuto il controllo di niente,
alla fine fu come se avessimo calcolato tutto alla perfezione.
La mattina del 4 luglio 1998, molto presto, ebbi le prime
ftte del travaglio. Barack e io arrivammo all'ospedale universitario
di Chicago insieme a Maya - che era venuta apposta
dalle Hawaii per essere presente nella settimana prevista per
il parto - e a mia madre. Mancavano ore prima che la carbonella
dei barbecue cominciasse ad ardere in tutta la citt e la
gente stendesse le tovaglie sui prati lungo la riva del lago,
agitando le bandiere in attesa che i fuochi d'artifcio esplodessero
a colorare il cielo e l'acqua. Noi quell'anno ci saremmo
persi lo spettacolo dell'Independence Day, smarriti nel rimbombo
di un'esplosione completamente nuova. Non pensavamo
al Paese ma alla famiglia, mentre Malia Ann Obama,
una delle due bambine pi perfette mai nate, si affacciava al
nostro mondo.
...
14.

La maternit divent per me uno sprone. Dettava i miei movimenti,
le mie decisioni, il ritmo della giornata. Non mi ci vollero
n tempo n troppe riflessioni per essere pienamente
assorbita dal mio ruolo di madre. Sono una persona che ama
i dettagli, e cos' un neonato se non uno scrigno di dettagli?
Barack e io studiavamo la piccola Malia esaminando il mistero
delle sue labbra a bocciolo di rosa, la sua testa scura e riccia,
lo sguardo perso, i movimenti spasmodici dei minuscoli arti.
Le facevamo il bagnetto, la fasciavamo e ce la stringevamo al
petto. Segnavamo le ore dei pasti, della nanna, prendevamo
nota di ogni gorgoglio. Analizzavamo il contenuto di ogni pannolino
sporco come se potesse rivelarci tutti i suoi segreti.
Era un esserino microscopico, una creatura affidata a noi.
Io ero esaltata da questa responsabilit, prigioniera del suo
incantesimo. Potevo perdere un'ora solo a guardarla respirare.
Quando c' un neonato in casa, il tempo si dilata e si
contrae senza seguire alcuna regola. Un giorno pu sembrare
infinito e poi, all'improvviso, sono passati sei mesi. Io e
Barack ridevamo dello stato in cui ci aveva ridotto l'essere diventati
genitori. Se una volta passavamo tutta una cena a sviscerare
la complessit del sistema giudiziario minorile
confrontando ci che avevo imparato durante il mio periodo
di lavoro da Public Allies con un'idea che lui cercava di infilare
in un progetto di legge, ora, con lo stesso fervore, dibattevamo
se Malia fosse troppo dipendente dal ciuccio e
mettevamo a confronto i nostri rispettivi metodi per farla addormentare.
Eravamo, come la maggioranza dei neogenitori,
ossessivi e un po' noiosi, e niente ci rendeva pi felici. Infilavamo
Malia nel marsupio e la portavamo con noi da Zinfandel
il venerd sera, calcolando come ottimizzare le nostre
ordinazioni in modo da potercene andare in fretta prima che
diventasse irrequieta.
Qualche mese dopo la nascita di Malia, ritornai al lavoro
all'Universit di Chicago. Negoziai un part-time immaginando
che sarebbe stata la soluzione vincente, che ora potevo essere
sia una donna in carriera alla Mary Tyler Moore sia una madre
perfetta come era stata la mia. Avevamo assunto una baby-sitter
filippina, Glorina Casabal, una tata affettuosa ed esperta che
aveva una decina d'anni pi di me. Glorina - Glo - era
un'infermiera diplomata e aveva cresciuto due figli. Bassa,
sempre in movimento, con un corto e pratico taglio di capelli
e gli occhiali con la montatura dorata, cambiava un pannolino
in dodici secondi netti. Aveva l'energia di un'infermiera
supercompetente e tuttofare e sarebbe diventata per qualche anno
un membro vitale ed adorato della nostra famiglia. La sua
qualit pi importante era che amava appassionatamente la
mia bambina.
Ci di cui non mi resi conto - ed  un'altra delle voci del
mio dossier di cose che molti di noi imparano troppo tardi -
 che il lavoro part-time, specialmente se inteso come la versione
ridotta del tuo precedente lavoro a tempo pieno, pu
diventare una trappola. O almeno, cos  stato per me. In ufficio
continuavo a partecipare a tutte le riunioni e ad avere
le stesse responsabilit di prima. L'unica vera differenza era
che mi pagavano la met e io cercavo di comprimere tutto
in venti ore settimanali. Se una riunione si protraeva sino a
tardi, finivo per precipitarmi a casa a rotta di collo per prendere
Malia e portarla in tempo (Malia entusiasta e felice, io
sudata e in iperventilazione) alla lezione pomeridiana in una
scuola di musica del North Side. Per me, era un doppio vincolo
che minava la mia salute mentale. Combattevo con il
senso di colpa quando dovevo rispondere alle telefonate di
lavoro a casa. Combattevo un diverso genere di senso di colpa
quando ero in ufficio e mi distraeva l'idea che Malia potesse
essere allergica alle arachidi. Il part-time avrebbe
dovuto concedermi pi libert, ma avevo quasi sempre la sensazione
di fare ogni cosa a met, e l'impressione che i confini
fra i vari mbiti della mia vita fossero confusi.
Nel frattempo, Barack non aveva perso un colpo. Pochi mesi
dopo la nascita di Malia era stato rieletto per quattro anni
al Senato dell'Illinois ottenendo l'89 per cento dei voti. Era
popolare, vincente e, da bravo giocoliere multitasking, stava
cominciando a pensare in grande, di candidarsi cio al Congresso
degli Stati Uniti. Sperava di strappare il seggio a Bobby
Rush, un deputato democratico gi al quarto mandato. Pensavo
fosse una buona idea la sua candidatura al Congresso?
No. Pensavo fosse improbabile che vincesse, visto che Rush
era molto conosciuto e Barack, in pratica, ancora un signor
nessuno. Ma era un politico, adesso, e si stava affermando nel
Partito democratico dello Stato. Disponeva di consiglieri e sostenitori,
alcuni dei quali lo spronavano a tentare. Qualcuno
aveva svolto un sondaggio preliminare ed i risultati suggerivano
che avrebbe potuto vincere. E questo so per certo di mio marito:
se gli fate balenare un'opportunit, una cosa che potrebbe
offrirgli un campo di azione pi ampio, non aspettatevi
che lasci perdere. Perch non lo fa. Non lo far.
Alla fine del 1999, quando Malia aveva ormai diciotto mesi,
la portammo alle Hawaii per Natale a far visita alla sua bisnonna
Toot, che aveva all'epoca settantasette anni e viveva sempre
nello stesso condominio. Doveva essere un viaggio di famiglia,
l'unica occasione annuale in cui Toot poteva vedere suo nipote,
e ora la pronipote. L'inverno si era come sempre abbattuto
su Chicago risucchiando il calore dall'aria e il blu dal cielo.
Sentendoci irrequieti sia a casa sia al lavoro, avevamo prenotato
una modesta camera d'albergo vicino a Waikiki Beach e
iniziato il conto alla rovescia. Gli impegni universitari di Barack
per quel semestre erano terminati e io avevo chiesto le
ferie. Ma la politica ci mise i bastoni fra le ruote.
Il Senato dell'Illinois era paralizzato da un dibattito fiume
per fissare le clausole di un importante progetto di legge sulla
criminalit. Invece di sospendere le sedute per le vacanze,
la presidenza convoc una sessione speciale allo scopo di arrivare
al voto prima di Natale. Barack mi telefon da Springfield
dicendomi che dovevamo rimandare di alcuni giorni la
partenza. Non era una bella notizia, ma capivo che non dipendeva
da lui. M'importava solo che alla fine potessimo partire.
Non volevo che Toot trascorresse il Natale da sola, e poi
Barack e io avevamo bisogno di tregua. Il viaggio alle Hawaii,
pensavo, ci avrebbe consentito di staccare dal lavoro e dato
la possibilit di respirare.
Ormai lui si era candidato ufficialmente al Congresso e
questo significava che raramente spegneva l'interruttore. In
sguito avrebbe rilasciato un'intervista ad un giornale locale
dichiarando che, secondo i suoi calcoli, nei sei mesi prima
delle elezioni aveva passato meno di quattro giorni in tutto a
casa con me e Malia. Era la dolorosa realt della campagna
elettorale. In aggiunta alle altre sue responsabilit, Barack viveva
con in testa il ticchettio di un orologio che gli ricordava
senza sosta i minuti e le ore che lo separavano dalle primarie
di marzo. Le attivit a cui si dedicava in quei minuti e in quelle
ore potevano, almeno in teoria, influenzare il risultato finale.
Io, dal canto mio, stavo rendendomi conto che, nella prospettiva
di una campagna elettorale, ogni minuto e ogni ora che
un candidato trascorre a casa, con la propria famiglia, sono
considerati fondamentalmente prezioso tempo sprecato.
Ero abbastanza esperta ormai da cercare di non farmi condizionare
dagli alti e bassi quotidiani di quella corsa. Avevo
dato una tiepida benedizione alla decisione di Barack e adottato,
di fronte all'intera faccenda, l'atteggiamento del
vediamo-di-toglierci-di-torno-questo-impegno. Pensavo che forse
il tentativo di affermarsi a livello nazionale sarebbe fallito, e
la sconfitta avrebbe motivato Barack a prendere un'altra strada,
del tutto diversa. In un mondo ideale (il mio mondo ideale,
in ogni caso) sarebbe diventato, che so, il capo di una
fondazione, dove avrebbe potuto lasciare un segno su questioni
importanti, e allo stesso tempo essere a casa per cena.
Partimmo per le Hawaii il 23 dicembre, quando finalmente
le attivit parlamentari si fermarono per una pausa, anche
se non si era ancora arrivati a una risoluzione. Con mio grande
sollievo, ce l'avevamo fatta. Waikiki Beach fu una rivelazione
per la nostra piccola Malia. Trotterellava su e gi lungo
il bagnasciuga, dando calci alle onde e sfinendosi di gioia.
Trascorremmo un Natale sereno e tranquillo nell'appartamento
di Toot, aprendo con lei i regali e meravigliandoci
della sua dedizione a un puzzle da cinquemila tessere che
stava completando su un tavolino da gioco. Come sempre,
le languide acque verdi e la cordialit degli abitanti di Oahu
contribuirono a farci dimenticare le nostre preoccupazioni
quotidiane: non chiedevamo altro che la sensazione di calore
sulla pelle e la gioia di nostra figlia per qualsiasi incontro ed
esperienza. I titoli dei giornali ci ricordavano che si avvicinava
il nuovo millennio. E noi eravamo in un posto incantevole
a trascorrere gli ultimi giorni del 1999.
And tutto benissimo finch Barack ricevette una telefonata
dall'Illinois. Qualcuno lo inform che il Senato stava per riaprire
da un momento all'altro la sessione allo scopo di approvare
il progetto di legge sulla criminalit. Se intendeva votare,
aveva qualcosa come quarantotto ore di tempo per essere di
ritorno a Springfield. Un altro orologio cominci a ticchettare.
Con il cuore colmo di tristezza, guardai Barack che si precipitava
a cambiare le prenotazioni dei nostri biglietti per
partire l'indomani, mettendo fine alla nostra vacanza.
Dovevamo andare. Non avevamo scelta. Certo, avrei potuto rimanere
l da sola con Malia, ma che divertimento sarebbe stato?
Non ero contenta all'idea di tornare ma capii, ancora una volta,
che in politica le cose vanno cos. Era una votazione importante
- del progetto di legge facevano parte nuove misure sul
controllo delle armi da fuoco che Barack aveva sostenuto
appassionatamente - e l'esito era talmente incerto che l'assenza
anche di un solo senatore avrebbe potuto compromettere il
risultato. Saremmo tornati a casa.
Poi, per, successe una cosa imprevista. Durante la notte,
a Malia venne la febbre. A fine giornata sgambettava vivace
prendendo a calci le onde e adesso, nemmeno dodici ore
dopo, era ridotta ad uno straccio: scottava, era apatica e con
lo sguardo vitreo, piangeva per il dolore ma era ancora troppo
piccola per spiegarci cosa le facesse male. Le somministrammo
del paracetamolo ma senza grandi risultati. Si tirava
un orecchio e mi venne il sospetto che fosse un'infezione.
Pian piano ci rendemmo conto delle conseguenze che questo
improvviso malessere comportava per noi. Seduti sul letto
la guardavamo scivolare in un sonno agitato. Mancavano poche
ore al nostro volo. Vedevo crescere la preoccupazione
sul viso di Barack, combattuto tra i suoi opposti doveri. La
decisione che stavamo per prendere andava ben oltre quel
momento.
 chiaro che non pu volare, dissi.
Lo so.
Dobbiamo cambiare ancora le prenotazioni.
Lo so.
Nessuno dei due accenn al fatto che Barack avrebbe potuto
partire da solo. Avrebbe potuto uscire dalla porta, prendere
un taxi per l'aeroporto e arrivare a Springfield in tempo
per votare. Poteva lasciare la sua bambina malata e sua moglie
preoccupata sull'altra sponda del Pacifico e raggiungere i suoi
colleghi. Era una possibilit. Ma io non volevo farmi del male
da sola proponendoglielo. Non sapere cosa avesse Malia mi
rendeva vulnerabile, lo ammetto. E se la febbre fosse salita
ancora? Se fosse stato necessario portarla in ospedale?
Intanto, in tutto il mondo, persone ancor pi paranoiche di noi
raggiungevano rifugi antiatomici, ammassavano denaro e
scorte d'acqua nel caso si avverassero le pi fosche previsioni
sul Millennium Bug, e l'incapacit di server e computer di registrare
correttamente la data dell'anno 2000 mandasse in tilt
centrali elettriche ed impianti di comunicazione. Nulla di tutto
ci sarebbe successo, eppure... Lui stava davvero pensando
di partire?
No, non part. Non l'avrebbe mai fatto.
Non ascoltai la telefonata con cui spieg al suo assistente
parlamentare che non avrebbe potuto essere presente alla
votazione. Non m'importava. Ero concentrata solo sulla nostra
bambina. E non appena Barack riagganci, fu cos anche
per lui. Era la nostra piccola. Veniva al primo posto.
Alla fine, il 2000 arriv senza incidenti. Dopo un paio di
giorni di riposo e antibiotici, quella che fu poi diagnosticata
come una brutta otite pass e Malia torn la nostra pimpante
bimba di sempre. La vita sarebbe andata avanti. Succedeva
sempre cos. In un altro giorno perfetto, sotto il cielo blu di
Honolulu, ci imbarcammo per tornare a Chicago. Ad attenderci
c'era il gelo dell'inverno e quello che per Barack si stava
delineando come un disastro politico.
Il progetto di legge sulla criminalit non era passato per
cinque voti. Per me era matematico: anche se Barack fosse
tornato in tempo dalle Hawaii il suo voto non avrebbe cambiato
l'esito finale. Questo non gli imped di venire massacrato
per la sua assenza. I suoi avversari alle primarie per il
Congresso colsero l'opportunit per dipingere Barack come
una specie di bon vivant che se n'era andato in vacanza - alle
Hawaii, nientemeno - e non si era degnato di tornare per
votare su una questione cos importante come il controllo
delle armi da fuoco.
Poco pi di due mesi prima, il figlio di Bobby Rush, il deputato
in carica, era stato ucciso per strada a Chicago, e l'episodio
gett una luce ancora pi negativa su Barack. Nessuno
sembr considerare il fatto che era originario delle Hawaii ed
era in visita alla nonna vedova o che sua figlia si era ammalata.
Importava solo la votazione. La stampa and avanti per settimane
a martellare su questo tasto. Un editoriale del Chicago
Tribune critic il gruppo di senatori che non erano riusciti a
votare quel giorno definendoli una banda di pecore senza
fegato. L'altro avversario di Barack, Donne Trotter, un suo
collega senatore, spar anche lui le sue cartucce dicendo a un
giornalista che usare i figli come scusa per non andare a lavorare
la dice lunga sul carattere di una persona.
Io non ero avvezza a niente del genere. Non ero abituata
ad avere avversari n ai giornali che passavano sotto la lente
d'ingrandimento la vita della mia famiglia. Non avevo mai
visto prima mettere in discussione in quel modo il carattere
di mio marito. Faceva male pensare che una decisione onesta
- la decisione giusta, per quanto mi riguardava - dovesse avere
per lui un prezzo cos alto. In un articolo che scrisse per
il settimanale del nostro quartiere, Barack difese senza scomporsi
la sua scelta di restare con Malia alle Hawaii. Sentiamo
i politici parlare in continuazione dell'importanza dei valori
della famiglia, scrisse. Spero che capirete quando un vostro
senatore cerca di fare del suo meglio per esserne all'altezza.
Sembrava che un mal d'orecchi infantile avesse spazzato
via tre anni di lavoro in Senato. Barack era stato fautore di
una riorganizzazione delle leggi per il finanziamento della
campagna elettorale nello Stato che aveva introdotto regole
etiche pi severe per i politici. Si era battuto per la riduzione
delle tasse e per la concessione di un credito ai lavoratori poveri
e voleva arrivare a un taglio dei costi dei farmaci per gli
anziani. Si era guadagnato la fiducia dei senatori di ogni parte
dello Stato, sia repubblicani sia democratici. Ma ormai i
risultati concreti non avevano pi importanza. La campagna
per le primarie si era trasformata in una serie di colpi bassi.
Fin dall'inizio gli avversari di Barack e i loro sostenitori
avevano diffuso voci inqualificabili allo scopo di suscitare
paura e sfiducia tra gli elettori afroamericani: lasciavano intendere
che Barack facesse parte di un programma messo a
punto dai residenti bianchi di Hyde Park - leggi: bianchi
ebrei - per imporre al South Side il loro candidato preferito.
Barack  in parte considerato il bianco con la faccia dipinta
di nero della nostra comunit, dichiar Donne Trotter al
Chicago Reader. E allo stesso giornale Bobby Rush disse:
 andato ad Harvard ed  diventato un cretino istruito. Noi
non ci facciamo impressionare da questa gente che ha preso
la laurea nelle universit d'lite della costa orientale. Non
 uno di noi, in altre parole. Barack non era un nero autentico,
come loro: uno che parlava in quel modo, che aveva
quell'aspetto e leggeva tutti quei libri non avrebbe mai potuto
esserlo.
Quello che mi dava pi fastidio era che Barack era l'esempio
dei traguardi che i genitori del South Side dicevano spesso
di desiderare per i loro figli. Incarnava i valori che persone
come Bobby Rush, Jesse Jackson e molti leader neri avevano
predicato per anni: aveva ricevuto un'istruzione e, invece di
abbandonare la comunit afroamericana, cercava di mettersi
al suo servizio. Le durezze erano inevitabili nel confronto
elettorale, certo, ma Barack veniva attaccato per i motivi sbagliati.
Era incredibile che i nostri leader lo trattassero solo
come una minaccia al loro potere, e diffondessero il sospetto
facendo leva su idee retrograde della razza e della classe e
sul disprezzo dell'istruzione.
Era una cosa che mi faceva star male.
Da parte sua, Barack la prendeva con molta pi calma di
me, perch a Springfield aveva gi visto coi suoi occhi quanto
poteva diventare sgradevole la politica e come la verit fosse
molto spesso distorta a vantaggio degli obiettivi elettorali di
ciascuno. Scottato ma senza la minima tentazione di ritirarsi,
continu a far campagna per tutto l'inverno, e ad andare
avanti e indietro da Springfield secondo il solito ritmo settimanale,
mentre cercava di respingere gli attacchi persino
quando i finanziamenti cominciarono a scarseggiare e Bobby
Rush parve raccogliere l'appoggio di un numero sempre
maggiore di personalit. Pi si avvicinavano le primarie,
meno lo vedevamo io e Malia, anche se ci telefonava ogni sera
per augurarci la buonanotte.
Ero pi riconoscente che mai per quei pochi giorni rubati
alla politica che avevamo trascorso sulla spiaggia. Sapevo che,
in cuor suo, lo era anche Barack. Quello che non and mai
perduto in tutto quel frastuono, in tutte quelle notti trascorse
lontano, fu il fatto che Barack teneva a noi. Non prendeva
alla leggera la distanza che ci separava. Coglievo una punta
di sofferenza nella sua voce ogni volta che riagganciava. Era
come se ogni giorno fosse costretto a infilare un'altra scheda
nell'urna, per scegliere tra la famiglia e la politica, tra la politica
e la famiglia.
In marzo Barack perse le primarie democratiche: alla fine,
quella di Bobby Rush fu una vittoria schiacciante.
Nel frattempo, io continuavo a stringere tra le braccia la
nostra bambina.
E poi arriv la nostra seconda figlia. Natasha Marian Obama
nacque il 10 giugno 2001 all'ospedale dell'Universit di
Chicago dopo un solo ciclo di farmaci per stimolare le ovaie,
una gravidanza fantastica e liscia come l'olio e un parto rapido,
mentre Malia, che aveva quasi tre anni, aspettava a casa
con mia madre. La nostra secondogenita era bellissima, un
batuffolo con una testa di capelli neri e gli occhietti vispi: il
quarto angolo del nostro quadrato. Barack e io eravamo al
settimo cielo.
Decidemmo di chiamarla Sasha. Avevo scelto questo nome
perch pensavo che avesse un suono sassy, impertinente.
Una bambina di nome Sasha non avrebbe sopportato gli
sciocchi. Come tutti i genitori mi sono trovata a desiderare
grandi cose per le nostre figlie, e a pregare che nulla facesse
loro del male. La mia speranza era che crescessero intelligenti
e piene di energia, ottimiste come il loro padre e determinate
come la loro madre. Soprattutto, volevo che
fossero forti, che avessero una fibra d'acciaio per affrontare
la vita a testa alta e andare avanti per la loro strada, qualunque
cosa succedesse. Non potevo immaginare quello che ci
aspettava, il futuro riservato alla nostra famiglia, se sarebbe
andato tutto bene o tutto male oppure, come cpita alla maggior
parte delle persone, se ci sarebbe toccato un po' dell'uno
e un po' dell'altro. Il mio compito era fare in modo
che fossero pronte a qualunque sorte.
Il part-time all'universit mi aveva lasciato una sensazione
di sfinimento, perch mi costringeva a fare i salti mortali,
non sempre atterrando in piedi, e metteva a dura prova anche
le nostre finanze, gravate dalle spese per le bambine.
Dopo la nascita di Sasha, mi chiesi perfino se volevo davvero
tornare a lavorare. Pensavo che forse sarei stata pi utile alla
nostra famiglia restando a casa a tempo pieno. A Glo, la nostra
amatissima baby-sitter, avevano offerto un lavoro da infermiera
meglio pagato e lei, seppur con riluttanza, aveva
deciso di accettare. Non potevo biasimarla, naturalmente,
ma perderla significava dover riorganizzare tutta la mia vita
di madre lavoratrice. La dedizione che aveva riservato alla
mia famiglia mi aveva permesso di mantenere la mia dedizione
al lavoro. Amava le nostre figlie come se fossero sue.
La sera in cui ci diede il preavviso non riuscivo a smettere di
piangere: sapevo benissimo quanto sarebbe stata dura far
quadrare tutto senza di lei. Sapevo quanto eravamo fortunati
ad avere avuto le risorse per assumerla. Ma adesso che non
c'era pi, mi sembrava di aver perso un braccio.
Mi piaceva stare con le mie bambine. Mi rendevo conto
del valore di ogni minuto e di ogni ora passata con loro, specialmente
adesso che l'agenda di Barack era cos variabile.
Pensai ancora una volta alla decisione di mia madre di restare
a casa con me e Craig. Certo, esageravo a figurarmi la sua
vita in un alone romantico immaginando che si divertisse veramente
a pulire i davanzali e cucirci i vestiti, ma in confronto
al modo in cui vivevo io, il suo esercitava un fascino d'altri
tempi e sembrava sostenibile, degno magari di un tentativo.
Mi piaceva l'idea di dovermi occupare di una cosa sola invece
che di due, di non aver la testa confusa dal conflitto quotidiano
tra casa e lavoro. Anche dal punto di vista finanziario
sembrava che avremmo potuto cavarcela. Alla Law School
Barack era diventato professore associato e questo ci dava diritto
a una riduzione della retta alla Lab School dell'universit,
dove Malia stava per iniziare la scuola materna.
Poi, per, ricevetti una telefonata da Susan Sher, mio mntore
e mia collega al municipio che ora era capo dell'ufficio
legale e dirigente dell'ospedale dell'Universit di Chicago,
dove avevo appena partorito. L'ospedale aveva un nuovo presidente
di cui tutti parlavano benissimo e una delle sue priorit
era migliorare il rapporto con la comunit del quartiere.
Cercava un direttore esecutivo per le relazioni con la cittadinanza,
un lavoro che sembrava tagliato su misura per me.
Ero interessata ad un colloquio?
Mi chiesi persino se fosse il caso di inviare il curriculum.
Sembrava una grande opportunit, ma ero arrivata a convincermi
che sarebbe stato meglio per me - per tutti noi - se fossi
rimasta a casa. In ogni caso, in quel periodo non ero certo al
massimo del fascino e dell'eleganza, e non potevo davvero immaginare
di fare la piega ai capelli e indossare un tailleur. Mi
alzavo diverse volte a notte per allattare Sasha e dunque ero
in debito di sonno e di lucidit mentale. Anche se ero ancora
una fanatica della pulizia, stavo perdendo la battaglia. Il nostro
appartamento era disseminato di giocattoli, libri per bambini
e scatole di salviettine umidificate. Non potevo uscire di casa
senza un passeggino gigante e una borsa portapannolini riempita
con il necessario: un sacchetto di Cheerios, qualche giocattolo
e un cambio di vestiti, per tutti.
La maternit, tuttavia, aveva portato con s anche nuove,
meravigliose amicizie. Avevo legato con un gruppo di mamme
lavoratrici e avevamo formato una specie di circolo alla buona.
Eravamo tutte fra i trenta e i quarant'anni e venivamo da carriere
diverse, chi dalla banca, chi dall'amministrazione pubblica,
chi dalle organizzazioni non profit. Molte di noi avevano
avuto figli pi o meno nello stesso momento. Pi ne avevamo,
pi il rapporto si faceva stretto. Ci vedevamo quasi ogni fine
settimana. Badavamo reciprocamente ai nostri figli, organizzavamo
gite allo zoo e compravamo i biglietti per Disney on Ice.
A volte, il sabato pomeriggio, ci trovavamo a casa di una di noi,
radunavamo tutti i bambini nella stanza dei giochi e ci stappavamo
una bottiglia di vino.
Eravamo tutte istruite, ambiziose, dedite ai figli e, nel complesso,
sopraffatte, me compresa, dalla fatica di conciliare
questi aspetti tanto diversi delle nostre vite. Quando si trattava
di lavoro e maternit, i nostri approcci erano i pi vari.
Alcune di noi lavoravano a tempo pieno, altre part-time, altre
ancora restavano a casa con i bambini. Alcune permettevano
ai figli di due o tre anni di mangiare hot dog e patatine, altre
solo cibi integrali. Alcune avevano mariti supercoinvolti, altre
superimpegnati, come il mio, e molto spesso lontani. Alcune
delle mie amiche erano incredibilmente felici; altre erano
alla ricerca di un cambiamento, di un diverso equilibrio. Molte
di noi ricalibravano in continuazione gli ingredienti del
loro tempo, ritoccando ora uno ora l'altro.
I pomeriggi trascorsi insieme mi hanno insegnato che non
esiste una formula per la maternit. Nessun approccio pu
essere giudicato giusto o sbagliato. Era utile capirlo. Ognuno
dei bambini in quella stanza dei giochi era accudito con amore
e cresceva benissimo, indipendentemente dal modo in cui
viveva, dalle persone che lo curavano e dalle ragioni dietro
quelle scelte. Ogni volta che ci trovavamo percepivo la forza
collettiva di quelle donne che cercavano di fare quello che
andava fatto per i loro bambini: alla fine dei conti, sapevo
che ci saremmo aiutate a vicenda, in qualunque circostanza,
e sarebbe andato tutto bene.
Dopo averne discusso a fondo con Barack e le mie amiche,
decisi di presentarmi al colloquio di lavoro all'ospedale
dell'universit, almeno per vedere di cosa si trattava. Avevo
la sensazione di essere perfetta per quel posto. Sapevo di avere
le competenze giuste e tutta la passione necessaria. Ma per
accettare, avrei dovuto impegnarmi da una posizione di forza,
a condizioni vantaggiose per la mia famiglia. Sarebbe stato
perfetto, pensavo, se non fossi stata oberata da inutili
riunioni e avessi avuto la flessibilit di gestire il tempo lavorando
da casa quando ne avessi avuto bisogno, scappando
via dall'ufficio per andare a prendere le bambine o portarle
dal pediatra se necessario.
E non volevo pi il part-time. Ne avevo abbastanza. Volevo
un impiego a tempo pieno con uno stipendio adeguato, in
modo che potessimo permetterci pi facilmente una baby-sitter
e un aiuto in casa, e io potessi lasciar perdere le pulizie
e passare il tempo libero a giocare con le bambine. Non avrei
nascosto le complicazioni del mio mnage famigliare: una
bambina da allattare, un'altra alla scuola materna, un marito
in politica e spesso assente, e la conseguente necessit, da
parte mia, di occuparmi di ogni aspetto della casa.
Durante il colloquio - con una certa faccia tosta, credo -
esposi tutte queste esigenze a Michael Riordan, il nuovo presidente
dell'ospedale. Portai con me persino Sasha, che aveva
tre mesi. Non ricordo con esattezza le circostanze: forse non
ero riuscita a trovare una baby-sitter, o forse non ci avevo
nemmeno provato. Sasha era piccola e aveva ancora molto
bisogno di me. Era una realt della mia vita - una realt tenera,
gorgogliante, impossibile da ignorare - e qualcosa mi
costrinse a metterla, quasi letteralmente, sul tavolo della discussione.
Questa sono io, stavo dicendo, e qui c' anche la mia
bambina.
Mi sembr un miracolo, ma il mio futuro capo evidentemente
cap. Se aveva delle riserve, mentre gli spiegavo perch
avessi bisogno di flessibilit e intanto facevo saltare sulle
ginocchia Sasha sperando per tutto il tempo che il suo pannolino
tenesse, non le diede a vedere. Uscii dal colloquio
con una piacevole sensazione ed abbastanza sicura che mi
avrebbero offerto il posto. Ma indipendentemente da come
sarebbe andata a finire, ero certa che, parlando dei miei bisogni,
avevo fatto comunque qualcosa di buono per me stessa.
Parlare chiaro era di per s un'affermazione di forza. Con
la mente sgombra e una bambina che cominciava ad agitarsi,
tornai di corsa a casa.
Questa era la nuova matematica della nostra famiglia:
avevamo due bambine, tre lavori, due auto, un appartamento e
la sensazione di non avere tempo libero. Io avevo accettato
l'impiego all'ospedale; Barack continuava ad insegnare e a sedere
in Senato. Entrambi eravamo in diversi consigli di diverse
organizzazioni non profit e, nonostante la sconfitta alle
primarie per il Congresso gli bruciasse ancora, Barack non
aveva rinunciato all'idea di candidarsi per una carica pi importante.
Il presidente era George W. Bush. Il Paese aveva
sofferto lo shock e la tragedia degli attacchi terroristici
dell'11 settembre 2001 ed era in guerra contro l'Afghanistan.
Era stato introdotto un nuovo sistema di allerta che codificava
il livello di minaccia terroristica con colori diversi, e pareva
che Osama bin Laden si nascondesse da qualche parte
in una grotta. Come sempre, Barack assorbiva attentamente
ogni notizia, continuando a svolgere le sue attivit ordinarie
mentre maturava in silenzio le proprie opinioni.
Non ricordo con precisione quando accenn per la prima
volta alla possibilit di candidarsi al Senato di Washington.
L'idea era ancora ad uno stadio embrionale e mancavano mesi
al momento della decisione, ma era chiaro che si stava facendo
strada nella mente di Barack. Ricordo per la mia risposta
- uno sguardo incredulo, come per dire: Non credi che siamo
gi abbastanza impegnati?
La mia insofferenza verso la politica si stava accentuando,
non tanto per ci che accadeva a Springfield o a Washington,
quanto piuttosto perch, dopo cinque anni da senatore,
l'agenda sovraccarica di Barack cominciava davvero a irritarmi.
A mano a mano che Sasha e Malia crescevano, il ritmo si
faceva pi intenso e la lista delle cose da fare si allungava,
lasciandomi la sensazione di trovarmi in uno stato di iperattivit
perenne. Barack e io facevamo il possibile perch le
bambine avessero una vita tranquilla e sostenibile. Avevamo
una nuova baby-sitter che ci aiutava a casa. Malia era contenta
della sua scuola: aveva nuovi amichetti e riempiva il suo piccolo
calendario di feste di compleanno e lezioni di nuoto nel
fine settimana. Sasha aveva circa un anno, camminava barcollando
sulle gambette, cominciava a pronunciare qualche
parola e ci faceva sbellicare dalle risate con i suoi sorrisi che
illuminavano la stanza. Era curiosissima e intenzionata a fare
tutto quello che facevano Malia e i suoi compagni di quattro
anni. Il mio lavoro all'ospedale andava bene, ma stavo scoprendo
che il modo migliore per tenere il passo era alzarmi
dal letto alle cinque e trascorrere un paio d'ore al computer
prima che gli altri si svegliassero.
Questo comportava che a fine giornata fossi ridotta ad uno
straccio e talvolta mi scontrassi con quell'animale notturno
di mio marito, che ricompariva il gioved sera da Springfield
relativamente euforico e desideroso di tuffarsi a capofitto
nella vita famigliare per recuperare tutto il tempo perduto.
Ma per noi il tempo era ormai ufficialmente un motivo di
conflitto. Se prima la cronica indifferenza di Barack alla puntualit
era per me solo un pretesto di indulgenti prese in giro,
adesso era una autentica scocciatura. Sapevo che i gioved
lo rendevano felice. Sentivo il suo entusiasmo nella voce
quando telefonava per dire che col lavoro aveva finito e stava
finalmente tornando a casa. Capivo che non erano nient'altro
che buone intenzioni quelle che lo spingevano a dire:
Sto arrivando! o Sono quasi a casa!. E per un po' credetti
a quelle parole. Facevo il bagnetto alle bambine ma ritardavo
il momento della nanna perch potessero aspettare il loro
pap e abbracciarlo. Oppure le facevo mangiare e poi le mettevo
a letto, ma io non cenavo, accendevo un paio di candele
ed aspettavo di sedermi a tavola con Barack.
In entrambi i casi aspettavo. Aspettavo talmente a lungo
che a Malia e Sasha, se erano ancora alzate, cominciavano
ad abbassarsi le palpebre e dovevo metterle a letto. Se aspettavo
da sola, affamata e sempre pi risentita, anche a me finivano
per chiudersi gli occhi e la cera delle candele si
spandeva sulla tavola. E capii. Sto arrivando! era frutto dell'eterno
ottimismo di Barack, un segno della sua impazienza
di essere a casa, ma non diceva nulla di quando sarebbe arrivato
davvero. Quasi a casa! non indicava un luogo, ma uno
stato mentale. A volte stava davvero partendo, ma doveva fermarsi
a parlare tre quarti d'ora con un collega prima di salire
in auto. Altre volte era veramente quasi a casa, ma si dimenticava
di dire che si sarebbe fermato prima in palestra per
una breve seduta.
Nella nostra vita senza figli queste frustrazioni sarebbero
parse insignificanti, ma ora che ero una madre lavoratrice a
tempo pieno e avevo un marito part-time e la sveglia prima
dell'alba, la mia pazienza stava diminuendo a vista d'occhio,
finch a un certo punto si esaur. Quando Barack entrava in
casa mi trovava furiosa o non mi trovava proprio, perch avevo
gi spento tutte le luci ed ero andata a dormire imbronciata.
Viviamo secondo i modelli che conosciamo. Durante l'infanzia
di Barack, suo padre spar e sua madre andava e veniva.
Gli era affezionata, ma non era legata a doppio filo a lui,
e dal punto di vista di Barack non c'era niente di sbagliato
in questo approccio. A tenergli compagnia aveva colline,
spiagge e la propria mente. L'indipendenza, nel mondo di
Barack, era importante. Lo era sempre stata e avrebbe continuato
a esserlo. Io, invece, ero cresciuta nella trama stretta
della mia famiglia, nel nostro appartamento chiuso, nel nostro
chiuso South Side, con intorno i miei nonni, zie e zi,
tutti uniti attorno a un tavolo la domenica sera a cena. Dopo
tredici anni d'amore, bisognava che riflettessimo proprio sul
significato di questa parola.
Ormai, quando Barack non c'era mi sentivo pi fragile.
Non perch lui non credesse nel nostro matrimonio - che
ci credesse  ed  sempre stata una certezza della mia vita -
ma perch ero cresciuta in una famiglia dove tutti si facevano
sempre vedere e sentire, e dunque restavo terribilmente delusa
se qualcuno si comportava diversamente. Soffrivo di malinconia
e ora volevo ferocemente difendere anche le
esigenze delle bambine. Lo volevamo vicino. Ci mancava
quando era via. Ero preoccupata che non capisse cosa significava
per noi. Temevo che il percorso che aveva scelto per
s - e che era cos fermamente impegnato a proseguire -
avrebbe finito per calpestare ogni nostra esigenza. Quando
aveva chiesto il mio parere riguardo alla sua candidatura al
Senato, dovevamo pensare solo a noi due. Non avevo idea di
cosa avrebbe comportato per noi in sguito, con due figlie,
dire di s alla politica. Ma adesso ne sapevo abbastanza per
capire che la politica non  mai particolarmente gentile con
le famiglie. L'avevo intuito ai tempi delle superiori, grazie alla
mia amicizia con Santita Jackson, e me n'ero resa pienamente
conto quando gli avversari di Barack avevano sfruttato
contro di lui la sua decisione di restare alle Hawaii accanto a
Malia ammalata.
A volte, guardando il telegiornale o leggendo i quotidiani,
mi ritrovavo a osservare le immagini di persone che avevano
dedicato la vita alla politica - i Clinton, i Gore, i Bush,
vecchie foto dei Kennedy - e mi chiedevo quali storie avessero
alle spalle. Erano tutti normali? Felici? Erano autentici quei
sorrisi?
A casa le nostre frustrazioni cominciarono a manifestarsi
pi frequentemente e con veemenza. Barack e io ci amavamo
profondamente, ma era come se al centro del nostro rapporto
si fosse formato all'improvviso un nodo che non riuscivamo
a sciogliere. Io avevo trentotto anni, avevo gi visto altri
matrimoni fallire e volevo proteggere il nostro. Alcuni amici
avevano vissuto rotture devastanti, causate da problemi minimi
rimasti irrisolti o da una mancanza di comunicazione
che alla fine aveva portato a contrasti insanabili. Un paio di
anni prima, mio fratello Craig era tornato per qualche tempo
a vivere da mia madre, al piano di sopra, nell'appartamento
dove eravamo cresciuti, quando il suo matrimonio era
andato lentamente e dolorosamente in frantumi.
All'inizio Barack era riluttante a rivolgersi a un consulente
di coppia. Era abituato ad affrontare problemi complessi e a
risolverli da solo con il ragionamento. Trovava sgradevole, e
anche un po' melodrammatico, sedersi a parlarne di fronte
a un estraneo. Non poteva semplicemente fare un salto in libreria
e comprare qualche libro sulle relazioni coniugali?
Non potevamo discuterne per conto nostro? Io, per, volevo
parlare davvero, e ascoltare davvero, non la sera tardi o nelle
ore che avremmo potuto passare insieme con le bambine.
Tra i miei conoscenti, le poche persone che avevano provato
la terapia di coppia ed erano abbastanza aperte da parlarne
dicevano che a loro aveva fatto bene. Presi cos un appuntamento
con uno psicologo che mi era stato raccomandato da
un'amica e andammo un po' di volte da lui.
Il nostro consulente matrimoniale - chiamiamolo dottor
Woodchurch - era bianco, affabile, aveva frequentato buone
universit e indossava abiti color kaki. Ipotizzavo che avrebbe
ascoltato quello che Barack e io avevamo da dire ed avrebbe
riconosciuto all'istante la validit delle mie rimostranze.
Perch, dal mio punto di vista, ognuna di quelle rimostranze era
assolutamente fondata. Immagino che Barack pensasse lo
stesso delle sue.
Con mia grande sorpresa scoprii che la pratica del counseling
non prevede alcuna presa di posizione da parte del terapeuta:
di fronte ai nostri disaccordi il dottor Woodchurch
non avrebbe mai preso le parti di nessuno di noi. Era invece
un ascoltatore paziente ed empatico, e ci convinceva cos ad
affrontare il labirinto dei nostri sentimenti, a separare le armi
dalle ferite. Ci ammoniva quando ci comportavamo troppo
da avvocati in aula e faceva domande ben calibrate per spingerci
a riflettere a fondo sul perch provavamo ci che provavamo.
Lentamente, nel corso di ore di conversazione, il
nodo cominci a sciogliersi. Ogni volta che Barack e io lasciavamo
il suo studio ci sentivamo un po' pi in sintonia.
Cominciai a capire che potevo essere pi felice senza necessariamente
pretendere che Barack abbandonasse la politica
per lavorare dalle nove alle sei in una fondazione. (Se
non altro, le nostre sedute con il dottor Woodchurch mi avevano
dimostrato che non era un'aspettativa realistica). Avevo
alimentato la parte pi negativa di me stessa, trascinata dall'idea
che era tutto cos ingiusto e poi, da bravo avvocato uscito
da Harvard, avevo accumulato le prove per suffragare la
mia ipotesi. Provai allora a formulare un'altra teoria: era possibile
che fossi responsabile della mia felicit pi di quanto
fossi disposta ad ammettere. Ero troppo impegnata a prendermela
con Barack, che, per esempio, riusciva ad infilare la
palestra nella sua agenda per avere anche solo il tempo di
pensare a come andarci regolarmente anch'io. Avevo investito
cos tante energie a chiedermi se sarebbe tornato a casa
per cena che le cene, con o senza di lui, non erano pi un
divertimento.
Quello per me fu il punto di svolta, la mia manovra di salvataggio.
Come un alpinista che sta per scivolare lungo una
parete di ghiaccio, conficcai la piccozza nella roccia. Non voglio
negare che anche Barack abbia fatto i suoi aggiustamenti
- il counseling lo aiut a vedere le lacune del modo in cui
comunicavamo, e lui lavor per colmarle -, ma io feci i miei,
e furono d'aiuto, a me ed a tutti noi. Mi impegnai a rimettermi
in forma. Barack e io frequentavamo la stessa palestra, gestita
da un istruttore gioviale e bravo a motivare le persone,
Cornell McClellan. Cornell mi aveva seguito per un paio d'anni,
ma dopo la nascita delle bambine non mi era stato possibile
continuare con regolarit. Trovai la soluzione grazie a mia
madre, che lavorava ancora a tempo pieno ma, generosa come
sempre, si offr di venire da noi diverse volte la settimana
alle quattro e tre quarti di mattina, in modo che io potessi
correre in palestra, raggiungere un'amica per una seduta alle
cinque e rientrare per le sei e mezza, quando svegliavo le
bambine e le preparavo per la giornata. Questo nuovo regime
cambi tutto: ritornarono la calma e la forza, due qualit
che temevo stessi perdendo.
Sul fronte della cena, stabilii nuovi orari che fossero pi
adatti a me ed alle bambine. Definimmo la nostra scaletta e ci
attenemmo a essa rigidamente: cena ogni sera alle sei e mezza;
bagnetto alle sette, con sguito di libri e coccole; luci
spente alle otto in punto. La routine non ammetteva eccezioni,
e questo spostava il peso della responsabilit su Barack,
che doveva stabilire se arrivare in tempo o no. Per me, era
molto pi sensato che non tenere in sospeso la cena o sveglie
due bambine assonnate nell'attesa di un abbraccio. Questo
regime rispecchiava inoltre i miei desideri originari: che crescessero
forti, equilibrate e decise a rifiutare qualunque forma
di patriarcato all'antica. Non volevo che diventassero
grandi credendo che la vita comincia quando l'uomo di famiglia
oltrepassa la soglia di casa. Noi non aspettavamo pap.
Adesso era lui che doveva star dietro a noi.
...
.
...
FINE Parte 2.